//NOSTALGIA DE LA LUZ [SubITA]

NOSTALGIA DE LA LUZ [SubITA]

 

Titolo originale: Nostalgia de la luz
Nazionalità: Cile, Francia, Germania
Anno: 2010
Genere: Documentario
Durata: 90 min.
Regia:

 

Incontri alla fine del mondo nel deserto cileno di Atacama. Dove la relazione tra il cielo e le stelle sfugge ogni convinzione. Come spiegano gli astronomi, impegnati nella loro quotidiana ricerca di nuove relazioni con il non visibile, il e lo spazio non sono mai separabili. 

Guzmán è un regista politico. Si sarebbe potuto dire, magari ai tempi della trilogia di Battaglia del Cile, ma anche coi successivi Il caso Pinochet e Salvador Allende, che è cileno e che, quindi, è politico, ma sarebbe anacronistico e, soprattutto, fuorviante imporgli questa causalità, specie nel momento in cui si ha sotto agli occhi questo Nostalgia de la luz, che prende le mosse dall’osservatorio astronomico installato nel deserto di Atacama e, fondamentalmente, ruota tutto il proprio discorso attorno ad esso, all’astronomia, all’universo. Ed è per questo che è universale, perché non solo riguarda l’universo ma, riguardando l’universo, universalizza il proprio oggetto di discussione (la memoria, la dittatura, la memoria della dittatura): una mossa un po’ avventata, si direbbe, magari scaltra e di comodo, ma la riflessione che ne segue, veicolando cose come il , la rivoluzione, l’occultamente eccetera, riesce tutto fuorché ammiccante, anzi spesso rischia di risultare scomoda. Poetico come il connazionale Raúl Ruiz, Guzmán traccia sin da subito un concetto fondamentale per carpire la chiave del film, quasi un grimaldello di esso, e cioè che l’astronomo è, sostanzialmente, un archeologo; entrambi, infatti, lavorano nel passato e, per certi versi, lavorano il passato, ed è il passato – luogo d’origine ma anche d’occultamento – il fulcro e l’epicentro del documentario: tutto ciò che accade accade nel passato, lo spazio stesso, la spaziatura tra due persone, è passato, e l’unico presente esistente è quello del corpo, della presenza, della presenza del corpo, cioè un presente esclusivamente in me e per me, strutturato sul passato ma non sua sovrastruttura. Da qui, l’assunto di Guzmán: cercare le tracce, perché vivere significa lasciar tracce. L’importanza del simulacro, di ciò che solo emerge e può costituirci un sapere di ciò che è passato e non è più, è presto detta, e il deserto di Atacama, in questo senso, si rivela sostanzioso di tracce (dai graffiti precolombiani ai minatori ghettizzati dalla dittatura), di simulacri che le donne vanno a ricercare per avere memoria di un passato che non si vuole più omogeneo ma si vuole particolarizzare attraverso il ricordo, mediante il quale ci appropriamo del passato. Il paradosso che presto si concretizza nasce proprio dal fatto che il passato meno passato è ciò che meno ricordiamo perché incapsulato dal potere (v. Foucault), da una memoria che, restituita, non sa essere mai onesta, e la grandezza di Guzmán scaturisce proprio da qui, dal fatto di riuscire a restituire al presente qualcosa che, ora, dovrebbe riformare il presente, ristrutturarlo dalle fondamenta, e riuscirlo a fare attraverso un film politico e intimista, commovente e riflessivo, audace nelle riprese e piano, semplice in una narrazione che, visto l’argomento, sarebbe potuta risultare ostica e il suo oggetto impenetrabile ma che, anzi, riesce a universalizzare (cioè rendere di tutti) il dolore di una dittatura, la scoperta della memoria e la gioia di una rivoluzione universalizzandoli (cioè ponendo il microcosmo-Cile nel macrocosmo-Universo, in cui il Cile ma più in generale la Terra sono inseriti e di cui sono ingranaggi, quindi parti integranti e comunicanti, agenti e pazienti dell’entropia cosmica), perché solo nella Bibbia il Cielo e la Terra sono stati divisi da Dio.

Recensione: emergeredelpossibile.blogspot.it

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