//OKI’S MOVIE [SubITA] 🇰🇷

OKI’S MOVIE [SubITA] 🇰🇷

Titolo originale: Ok-hui-ui yeonghwa
Paese di produzione: Corea del Sud
Anno: 2010
Durata: 80 min.
Genere: Commedia
Regia:

A pochi mesi da Ha ha ha, presentato al Festival di Cannes, il cineasta sudcoreano Hong Sangsoo arriva a Venezia con un altro mirabile film, Oki’s Movie, che è allo stesso tempo un perfetto saggio meta-cinematografico.

Il (d’autore) in 3D
Ok-hui-ui yeonghwa è composto da quattro episodi. In ciascuno appaiono gli stessi tre protagonisti, con ruoli diversi ma sovrapponibili. L’ultimo, Oki’s Movie, è la storia di Oki, una studentessa di che ha girato un film su due uomini con cui è uscita, uno giovane, l’altro molto più anziano. A un anno di distanza si è recata in gita sul monte Acha prima con l’uno e poi con l’altro. Nel suo film, ha realizzato una ricostruzione cinematografica delle due diverse esperienze, raffrontandole luogo per luogo: il parcheggio, l’ingresso, un piccolo padiglione, i gabinetti pubblici, il ponte di legno e l’ascesa verso la montagna. Vediamo nei particolari le analogie e le differenze tra le due esperienze. Attraverso questa composizione ci rendiamo conto di stare osservando un quadro d’insieme del rapporto di Oki con i due uomini.

In un che spesso si impaluda, cercando forse di inseguire o di afferrare il reale (o una sua sottospecie), nella raffigurazione di forme sentimental-erotiche alternative o pseudo tali (rimanendo a Venezia 2010, i terribili Drei e Happy Few), c’è un regista che da anni ormai continua a delinearne stupendamente contorni e sfumature, con un tratto di pennello libero e non ingombrante e senza alcuna pena di invischiarsi negli stereotipi e nei luoghi comuni. Quel regista è Hong Sangsoo, un cinquantenne coreano timido e riservato che non ha fanzinari in giro per il mondo che aprono blog in suo nome, e che in sostanza in pochi considerano, al contrario di molti suoi compaesani sempre accolti con l’onore che si concede ai maestri.

Ed è ancor più impressionante pensare come (classe 1960) sia il regista meno considerato della sua generazione, se pensiamo a come vengono trattati i vari Park Chan-wook (1963) e Kim Ki-duk (1960) ma anche Im Sang-soo (1962) o al limite Bong Joon-ho (1969): è un fatto, evidentemente, di marketing e di buone conoscenze, di amichetti in Europa pronti a celebrarti su giornali, riviste e libri e di festival che sanno sempre trovarti la giusta collocazione in programma.

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Seppur amato, comunque, da un manipolo di critici, sconta un qualcosa che lo ha allontanato dalle grandi competizioni (in Concorso a Cannes nel 2004 con Woman Is the Future of Man e l’anno successivo con Tale of Cinema, nel 2008 a Berlino con Night and Day), dove non ha mai ottenuto assolutamente nulla, per esser piazzato tra gli sperimentali, gli alternativi, gli sfigati e i rompiballe (Un certain regard e Quinzaine des realisateurs a Cannes, Orizzonti a Venezia). Magari gli manca un ufficio stampa con gli attributi, sta di fatto che continua a dirigere grandi film, mezzi capolavori leggerissimi, dove non trovi assolutamente quei fiotti di sangue che tanto piacciono del cinema coreano e forse sarà proprio questa la sua colpa, quella di “non” essere un regista coreano a tutti gli effetti, magari di non gingillarsi con aghi e martelli.

Fresco di presentazione cannense del suo Ha ha ha, dove il tono leggero lascia spazio nel finale a una vena malinconia piuttosto evidente (tanto che per certi versi è sembrato un ritorno al meraviglioso Woman on the Beach), Hong sangsoo sbarca pochi mesi dopo a Venezia con Oki’s Movie, ennesimo tassello di un cinema spesso etichettato semplicemente come figlio naturale della Nouvelle vague (non che non sia vero, ma come tutte le etichette è piuttosto limitata come definizione).

Al centro della storia, come sempre nient’altro che un semplice e risibile spunto narrativo, un amoroso che è più però un ritratto di due sessi che non si intendono, che vivono amori cagionevoli e brevi come le stagioni, e che soprattutto vengono spesso e volentieri “sdoppiati” meta-cinematograficamente. Il cinema è infatti per Hong il mezzo con il quale scardinare l’abominio dei sessi, e del maschio in particolare (ecco l’altro punto dove forse gioca l’anti-coreanità di Hong, soprattutto in relazione al maschilismo endemico del cinema, e della società, coreane…) che da lui è sempre visto come un essere meschino e inadatto, futile e superficiale, narciso anche.

Nel cinema sempre uguale a se stesso eppure così diverso di Hong, sono le variazioni (cinque come von Trier/Leth? Forse di più…) a rendere manifesto il gioco e lo studio che Hong compie con mirabile attenzione da anni, nello scavo psicologico delle contraddizioni umane sulle quali poggia il tenue velo di uno stile mai invadente e ragionato. Nell’apparente previdibilità dell’opera dunque Hong si inserisce dissezionando i piani (temporali, narrativi, spaziali…) dei suoi film, fornendo vie di fuga imprevedibili a situazioni chiuse e cristallizzate, anche grazie all’uso che fa dello zoom (velocissimo a tratti, lentissimo in altri, ma sempre come una discesa in campo dell’occhio in mezzo agli uomini, come per mischiarcisi indelebilmente per poi ripartire, effettuare l’ennesimo grande scarto) e che davvero lo distingue da gran parte del panorama cinematografico contemporaneo. Come rasoi i suoi zoom, dicevamo, dissezionano i personaggi, aprono ferite lievi, squarci, lampi, e soprattutto specchi attraverso i quali guardare ed essere guardati. È tutto lì (qui) il gioco di Hong, guardare con il cinema e attraverso di esso, forse l’unico cineasta al mondo che gira in 3D senza rimarcarlo nel titolo.

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Ma Oki’s Movie è anche – paradossalmente – il film di Hong Sang-soo più teorico, pur non avendo nulla di teoria, se non immagini di corpi in movimento. Stavolta il suo sguardo ondivago, questo rondò di storie e occhi che si intrecciano, questa trasparenza inaudita e muta e compassata, è come se si mettesse di traverso, forse per sbirciarsi a uno specchio come quando si controlla che i capelli siano a posto. Non si compiace, per carità, ma (il cinema di) Hong si mette in scena con la solita radicale semplicità, dichiarandone esplicitamente alcuni principi (“la forma è importante” dice il regista del film nel film, ma anche “nella vita le cose si ripetono ma noi non ce ne accorgiamo”) e suggerendone altri (le immagini non possono restituire il tutto) come non aveva mai fatto. E con la solita beffarda ironia si è divertito a far aprire e chiudere tutti e quattro gli episodi da cui è composto questo Oki’s Movie con la marcetta di Elgar Pump and circumstance, dove convivono inopinatamente il tono marziale (pump) e quello del caso (circumstance): specchio riflesso del suo cinema, dove alcune rigide regole sembrano governate dal caos, ma anche sublime canzonatura dello studio del cinema, o meglio del suo insegnamento (negli Stati Uniti la marcia di Elgar viene utilizzata alla consegna dei diplomi nei college). Nell’ultimo capitolo, infatti, scopriamo che il film non è altro che il di diploma della stessa Oki, la protagonista della pellicola. Come dire, questo film lo farebbe anche un ragazzo. Forse…

Recensione: quinlan.it

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