//OSZI ALMANACH [SubITA]

OSZI ALMANACH [SubITA]

Titolo originale: Öszi almanach
NazionalitĂ : Ungheria
Anno: 1984
Genere: Drammatico
Durata: 119 min.
Regia:

In un appartamento dal mobilio antico e ormai in declino vive l’anziana HĂ©di, insieme a suo figlio JanĂłs, alla sua infermiera Anna e ad altri due uomini: l’insegnante Tibor e il musicista MiklĂłs. La convivenza, perĂČ, Ăš problematica: i rapporti interpersonali sono infatti improntati alla tensione e all’ambiguitĂ . E il patrimonio della padrona di fa gola a tutti. 

È spontaneo domandarsi se la decisione di Tarr, dopo questo Almanacco d’autunno, di girare solo in bianco e nero sia dovuto alla maestria nell’utilizzo del colore, qui come esaurito per la prima e unica volta. Forse il suo unico film veramente a colori appunto, vista l’aridità cromatica del precedente L’outsider.

TonalitĂ  accese e violente, quasi in conflitto all’interno di una stessa inquadratura, scavate nei volti che animano questo strano kammerspiel lontano eppure sempre piĂč vicino allo stile che Tarr adotterĂ  dal successivo Perdizione. Nonostante l’abbondanza visiva che riempie lo schermo con insolita varietĂ , il risultato piĂč avvertibile Ăš quello di un’assenza di temperatura. Tarr si occupa di persone giĂ  morte che cercano di convincersi di essere ancora in vita. È qui che la camera inizia a esplorare lo spazio, a diffidare delle parole dei personaggi, soffermandosi sul loro viso per poi distaccarsene e cercare l’angolo piĂč oscuro nella stanza per trovare conforto nel buio. Non vi Ăš piĂč la fissitĂ  delle riprese precedenti, ma ha inizio quella circolaritĂ  dello sguardo impietoso che porta alla messa a nudo dei personaggi nella loro fragilitĂ , osservati da ogni angolazione possibile. È anche questa resa dei corpi allo sguardo che rende ogni dialogo presente nel film piĂč ravvicinabile a una confessione detta a bassa voce. Il film si apre con una citazione di PuĆĄkin: “Anche se sei tu a guidarmi / questa terra mi Ăš ignota / Ăš il diavolo probabilmente a guidarci / che gira e gira in cerchio” MihĂĄly Vig, che contribuisce all’alienazione del film con stridenti composizioni per pianoforte che non si incastrano con l’atmosfera e le scene del film, non le accompagnano ma piuttosto vi si sovrappongono, come a formare delle escrescenze per questo ancor piĂč visibili.

Guarda anche  LE ARMONIE DI WERCKMEISTER [SubITA]

Non vediamo l’ perchĂ© non usciamo mai dalle scure stanze in cui si svolge tutto il film, ma l’inferno Ăš giĂ  visibile, dentro i personaggi. Ma essi sono ancora corpi pesanti, difficili da attraversare poichĂ© coperti alla barriera delle parole, con cui ognuno persegue la propria morale isolandosi dagli altri. Per ora non si puĂČ far altro che girarci intorno, osservarli nella loro apatica autodistruzione, in attesa del silenzio.

Recensione: sentieriselvaggi.it

Spread the love

Related posts