//PAZ!

PAZ!

 

Titolo originale: Paz!
Paese di produzione: Italia
Anno: 2002
Durata: 102 min.
Genere: Commedia, Drammatico, Grottesco, Visionario
Regia:

 

“Vivo sulla lama… mi commuovo nei bassifondi… parlo coi ricercati dallo stato… brigo… mi procuro e dilapido milioni… poi rischio… mi struggo… mi umilio… mi arrendo… mi arrendo… poi mi faccio e tutto torna bello, più splendente di prima… l’alternativa è la birreria, il lavoro, il risparmio, il normale sfaldarsi del corpo, lo studio, l’amore, lo scemo naturale, il simpatico, l’antipatico, 2+2 fa 4 e sveglia alle 8!… palle anche là peggio di qua… vuoi mettere risorgere… risorgere… risorgere… RISORGEREEEEEE…”

Sembra un pezzo letterario, teatrale, e invece fa parte di uno dei capolavori di Andrea Pazienza, fumettista, artista geniale andatosene via troppo presto. Ed è anche il monologo culmine di questo straordinario film, basato sulle opere di Paz, appunto (così lo chiamavano e così si firmava), e lo recita Penthotal, perfetta rappresentazione della depressione e del disagio giovanile post adolescenziale in cui, in qualche modo, ognuno di noi potrebbe ritrovarsi o si è ritrovato nella sua vita.

Gli altri personaggi sono Zanardi, eterno liceale in cui l’assoluto nulla che circonda la sua vita si trasforma in una cattiveria e cinismo verso tutti e tutto, e Fiabeschi, universitario fuori corso che in maniera tragicomica cerca di superare un esame per non dover partire per il militare. Il suo interesse principale è però fumare, anestetizzarsi la mente in qualche modo per non aprire gli occhi e dover fare i conti con una realtà, l’età adulta che ti sta aspettando impaziente, inaccettabile per chiunque.

Le storie nel film si incrociano, i personaggi a volte si incontrano di sfuggita, tutto si svolge in 24 ore, inizia la notte del giorno prima e finisce la notte del giorno dopo, come se il regista volesse accompagnarci in un percorso drammatico, divertente, tragico, comico, grottesco, triste, malinconico e sostanzialmente senza speranza. Ambientato nella Bologna di fine anni ’70, il film ci sbatte in faccia il dramma della condizione giovanile mai compreso fino in fondo, che nel corso delle storie raccontate diventa riflessione pessimistica, ma in modo grottesco, sulla condizione umana.

Il finale, emblematico, è la perfetta chiusura del cerchio: la soffocante mancanza di senso per qualunque cosa, l’autodistruzione, il rifiuto di una realtà che per prima ti ha rifiutato. Un grido, che non riesce più ad esorcizzare rabbia e dolore ma può solo raccontarli, con un’ironia tagliente e un sorriso beffardo stampato sul viso.

Recensione: debaser.it

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