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Shadow

PIGS AND BATTLESHIPS [SubITA]

 

Titolo originale: Buta to gunkan
Nazionalità: Giappone
Anno: 1961
Genere: Commedia, Drammatico, Thriller
Durata: 108 min.
Regia: Shōhei Imamura

 

1961. La città di Yokosuka è sede di un’importante base navale americana ma pullula di piccoli e medi delinquenti giapponesi impegnati in ogni sorta di illecito. La banda di Himori (Masao Mishima), ad esempio, conduce un traffico illegale di maiali che coinvolge direttamente la flotta statunitense. Al soldo di Himori c’è Kinta (Hiroyuki Nagato), un giovane teppista fidanzato con una ragazza (Jitsuko Yoshimura) che vorrebbe però tenerlo lontano dai guai.

Girato ad appena un anno di distanza dal contestatissimo rinnovo del Trattato di sicurezza nippo-americano (ANPO), è generalmente considerato il primo film fondamentale di Shōhei Imamura che, finalmente libero dalle precedenti imposizioni produttive, compone un’opera audace e veemente tanto sul piano tematico quanto su quello estetico. Sono gli effetti della Nuberu Bagu (la Nouvelle Vague giapponese) che è appena nata negli studi della Shochiku con le dirompenti opere di Nagisa Ōshima e Masahiro Shinoda e che sembra avere dinnanzi enormi possibilità di successo: una possibilità che dal canto suo la Nikkatsu (dove in questi anni Imamura lavora) non vuole lasciarsi sfuggire. È con questa inedita libertà improvvisamente ottenuta che Imamura elabora la sua furibonda e assurda miscela di dramma, commedia e gangster movie, mettendo in scena un’umanità vivace e marginale, composta di papponi, prostitute, trafficanti, ricattatori e piccoli criminali di ogni specie. Se la metafora è chiara e provocatoria (i porci del titolo altri non sono che i giapponesi stessi, sporchi, volgari e pronti a divorare qualsiasi cosa gli Stati Uniti passino loro, scorie culturali comprese), il film non si ferma sulla semplice opera di denuncia ma segue divertito una narrazione complessa e dinamica, con immagini fluide e avvolgenti sature di corpi e di volti, ricca di risvolti brillanti e situazioni limite che culminano nella lunga sequenza finale della fuga dei porci fra le strade della città. Una scena simbolo del cinema giapponese anni Sessanta e un esempio della coraggiosa creatività di Shōhei Imamura, qui desideroso più che mai di spingere sul pedale dell’iperbole grottesca e consegnare un’opera di rottura rispetto al cinema “ufficiale” precedente. Anti-americano non meno che anti-giapponese, il film non piacque affatto alla Nikkatsu e Imamura, reo di aver sforato il budget di 3 milioni di yen, attenderà due anni prima di tornare sulle scene con Cronache entomologiche del Giappone (1963).

Recensione: longtake.it

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