//PIXOTE [SubITA] 🇧🇷

PIXOTE [SubITA] 🇧🇷

Titolo originale: Pixote
Paese di produzione: Brasile
Anno: 1981
Durata: 128 min.
Genere: Drammatico, Thriller
Regia:

 

Pixote ha dieci anni quando viene arrestato e rinchiuso in un riformatorio. Qui i più piccoli e deboli subiscono la violenza dei compagni più grandi e dei custodi. In seguito ad una rivolta, Pixote e altri ragazzi fuggono, andando a nascondersi a San Paolo, dove per sopravvivere si daranno alle rapine.

Héctor Eduardo Babenco è scomparso nel 2016 all’età di settant’anni, dopo una lunga carriera in giro per il mondo senza un punto di riferimento costante (ricordiamo le sue origini argentine, poi il trasferimento in Europa e poi ancora le esperienze in Brasile e negli Stati Uniti). Un regista che spesso ha messo sullo schermo un cinema dei poveri e degli emarginati, influenzato dal neorealismo italiano: rammentiamo ad esempio alcune sue pellicole ambientate dentro le carceri (da “Il Bacio Della Donna Ragno” a “Carandiru”) oppure quelle girate per strada in mezzo ai senzatetto (“Ironweed”). “Pixote: A Lei Do Mais Fraco” (questo il titolo originale) è un film durissimo, tratto dal romanzo “Infancia Dos Mortos” di José Louzeiro: si tratta della pellicola preferita da Harmony Korine, il regista di “Gummo” (1997), il quale deve sicuramente qualcosa all’opera di Babenco.

Come se fossimo davanti a un documentario di taglio sociale, durante l’incipit un uomo ci illustra la triste situazione nella città di San Paolo, dove molti minori sono costretti a sopravvivere dedicandosi ad attività illegali, come il traffico di droga e la prostituzione. Alcuni di loro, come il protagonista Pixote, finiscono in riformatorio: da qui inizia la storia di questo ragazzino, un disagio senza via di scampo in un luogo infernale nel quale i piccoli criminali non sono altro che semplici pedine per le sadiche guardie carcerarie, tra ripetuti abusi, minacce e stupri. Pixote sniffa la colla, si difende come può e nel frattempo riesce a trovare qualcuno umanamente vicino a lui (Chico, un giovane effemminato di nome Lilita e il suo nuovo amante Dito), un gruppetto di persone con le quali il giovane fugge da quella prigione. Una volta fuori però, i problemi non finiscono, poiché nessuno può invertire un destino ormai tracciato: i ragazzi si recano a Rio per smerciare cocaina, ma la routine quotidiana segnata dai furti e dal vagabondaggio alimenta tensioni sempre più forti che sfociano anche nella tragedia.

Il regista si sofferma sulla realtà dei fatti, analizzandola senza alcuna spettacolarizzazione e lasciando pure spazio a un certo lirismo (comunque mai esasperato), una poetica del dolore che cerca di scuotere la nostra sensibilità. Quello di Héctor Babenco è quindi un manifesto fatale di una gioventù allo sbando, considerando che Fernando Ramos Da Silva (il piccolo attore non professionista che interpreta Pixote) sarà freddato in una sparatoria con la polizia pochi anni dopo le riprese del film. Praticamente un finale dopo il finale, ancora più amaro di quello simbolico a cui assistiamo prima che scorrano i titoli di coda. Sconvolgente, eppure è una storia che si ripete tutti i giorni e non solo in Brasile. Quando il cinema è verità.

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Qualche giorno fa ho visto questo vecchio cult e mi pare già di averlo visto 20 anni fa.
“Ma l’hai visto Pixote?” – “Taci pezzente, l’ho girato io!”.
La situazione generale è la criminalità minorile brasiliana ma il film è molto di più. La presenza fisica eccezionale degli attori non professionisti (come Pixote che “recita” se stesso) è una bomba che ti esplode in faccia e ti parla direttamente. Picchia duro e ti lascia lì col cerebro che ruota a mille.
Nel mio, per esempio, frullava il fatto che quando si usa il linguaggio in modo troppo passivo ed abitudinario si fa uno degli errori più pericolosi possibili, perché in questo modo si tende a pensare che le parole indichino delle cose. Invece in genere indicano delle relazioni.
Per esempio quando si dice che il Cinema è “finzione”, quest’ultimo è un termine relativo: indica un nostro rapporto con la “realtà” (che è un altro termine relativo), in cui identifichiamo da una parte un modo di esistere e dall’altra un modo di rappresentare questo modo di esistere.
In mezzo c’è la telecamera.
Ma la telecamera, la “realtà” e la “finzione” sono parte di un più grosso insieme che non ha nulla di “finto”, come si può pigramente essere indotti a pensare. La telecamera è l’oggetto magico che rende questo insieme più ampio, superiore (altro termine relativo) e molto più interessante del sottoinsieme riguardante la “realtà” che filma. Perché se la “realtà” vista tramite una telecamera, o tramite i nostri stessi occhi, è in certa misura un nostro prodotto, la più ampia bolla sistemica che comprende noi, i nostri occhi, la telecamera e la “realtà” che filmiamo e vediamo, è invece il mondo in cui viviamo, siamo immersi e siamo attori. È il nostro enorme palcoscenico dai confini non chiari, in cui siamo tutto fuor che padroni.

E il neorealismo forse nasce dal voler diminuire il ruolo ed il potere della telecamera, per dare più valore a ciò che si filma e che si vede. È un gesto politico e reattivo. Un consiglio umano, anche un po’ commovente, di dare più valore a quella “realtà” che pensiamo di controllare e che trattiamo con superficialità. Magari è una specie di invito all’empatia.

Pixote è un film che s’innesta in questa situazione.
È anche un film che ha un terribile seguito. Che però non è stato ripreso da alcuna telecamera.

subitafrancescovecchi

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