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Shadow

POETRY [SubITA] 🇰🇷

Titolo originale: Shi
Nazionalità: Corea del Sud
Anno: 2010
Genere: Drammatico
Durata: 139 min.
Regia:

 

Vedere è sentire
Una signora anziana, malata di alzheimer, si ritrova ad affrontare il dramma del suo nipotino, che è stato accusato di aver istigato una sua compagna al suicidio, dopo aver partecipato ad un’aggressione nei suoi confronti… [sinossi]

Lee Chang-dong nel corso degli anni ha saputo affermarsi come una delle voci più interessanti fra quelle che si sono dedicate alla lettura dell’individuo e al suo inserimento nella contemporaneità e nella storia: con sguardo elegante e originale, l’ispirato regista di Peppermint Candy (noto in Europa soprattutto per i suoi successi festivalieri – Oasis alla Mostra di Venezia e Secret Sunshine al Festival di Cannes) si è ritagliato un importante spazio nel ricco bacino cinematografico dell’estremo oriente.
Il suo ultimo lavoro – vincitore nel 2010 del Premio per la migliore sceneggiatura nella già citata kermesse francese – dopo essere approdato nelle sale italiane grazie alla distribuzione della Tucker Film raggiunge il mercato dell’home-video con l’ausilio della CG Home Entertainment: si tratta di Poetry, struggente dramma che coniuga una narrazione essenziale a un’incredibile molteplicità di spunti, che dà vita a una riflessione dalle stratificazioni multiple che affronta la modernità e i suoi valori rinunciando alla retorica.

Mija è una sessantaseienne attiva alle cui cure è stato affidato dalla figlia lo svogliato nipote adolescente che alterna l’apatia alla pigrizia: quando nel corso di alcuni accertamenti medici le viene diagnosticata una forma iniziale di alzheimer, non si perde d’animo e continua a dedicare le proprie giornate al suo lavoro di badante part-time, ritagliandosi però uno spazio per un corso di poesia. Quello che la donna non sa è che ben presto verrà coinvolta nel dramma del suicidio di una sedicenne che vede implicato proprio suo nipote. Sarebbe incredibilmente errato liquidare Poetry come riflessione estetizzante sul ruolo della poesia nella cristallizzazione della realtà e del ricordo: per Lee Chang-dong il pensiero poetico è semplicemente la chiave di lettura attraverso la quale schiudere le porte della valutazione personale sul tema della morte, del disagio, del senso di colpa, della vergogna, del perdono e della speranza.
Il progressivo disgregamento della memoria dovuto al progredire dell’alzheimer è il punto di partenza dal quale prende il largo il film, che accompagna la protagonista nel suo viaggio alla ricerca dell’ispirazione poetica che non tarderà a trasformarsi in un’indagine spaurita sulla perdita dei valori: Mija desidera ardentemente riuscire a scrivere il proprio componimento poetico e si dedica con concentrazione alla pratica della visione, per cercare di trarre dalla realtà i riferimenti che possano aiutarla a mettere su carta le proprie sensazioni, così da condividerle con gli altri ma soprattutto in modo da non dimenticarle in prima persona. La finestra sul mondo che la donna spalanca dinanzi a sé è però profondamente segnata dalla sofferenza che con irruenza sconquassa la sua vita, tanto che la sua riscoperta del mondo che la circonda finirà per tingersi delle brucianti sfumature dell’espiazione.

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Il senso di colpa nei confronti della scellerata condotta del nipote lascia spazio solo all’ cui si sottopone la protagonista, luttuosamente coinvolta in una degenerazione che non sente propria ma dalla quale non può sottrarsi: è dall’urlo afono di una poetessa che fatica a tradurre in parole le proprie suggestioni che Poetry tratteggia il ritratto della crisi dei valori, senza moralismi ed evitando accuratamente ogni dicotomico riferimento al concetto di bene/male, giusto/sbagliato. Nel suo pedinamento emotivo il regista assorbe dalla protagonista – un’eroina del dolore tragicamente umana, lacerata da dubbi e interrogativi – il suo carattere estroso e avverso ai compromessi, e ne ricava non solo una coerente lettura del gap generazionale che interessa ogni fase della Storia, ma soprattutto una vivida fotografia umana, là dove la durezza spaesata degli sguardi di disapprovazione si scontra con l’imbarazzo di chi vive con difficoltà la propria posizione controversa.
Non è la prima volta che Lee Chang-dong si dedica agli imprevedibili esiti della violenza o al confronto degli individui con traumi personali (basti pensare alla parabola sentimentale di Oasis o al drammatico excursus emotivo di Secret Sunshine) e stavolta il cineasta coreano non si sottrae a una declinazione del dolore tutta al femminile (alle figure maschili principali è riservato uno spazio decisamente poco gratificante, basti pensare non solo al nipote di Mija ma anche al vecchio presso il quale lavora la donna), spogliata di ogni sovrastruttura per lasciare spazio alla placida malinconia minimalista che ingloba con compostezza ogni lacrima non versata.

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L’approccio calligrafico della pellicola alla rappresentazione e alla narrazione pare essere la firma più opportuna per un progetto curato fin nei dettagli e sviluppato con evidente consapevolezza della proprie potenzialità: punta di diamante dell’intera operazione è però il ritorno sullo schermo dopo ben sedici anni di assenza di Yoon Jeong-hee – attrice attiva dalla metà degli anni Sessanta e dal curriculum sterminato. È sul suo volto delicatamente segnato dalle rughe che Lee Chang-dong punta i riflettori per raccontare una tragedia familiare dove il pudore e la vergogna finiscono per condurre la donna a un disturbante pellegrinaggio emotivo che la porta a ripercorrere le tappe dell’incubo della ragazzina liceale – vittima prima delle violenze di un branco e poi del suo conseguente disagio – e a proiettare su di sé il malessere che le procura la consapevolezza della sua impotenza, scegliendo gradualmente di straniarsi da ciò che la circonda mentalmente e fisicamente.

Recensione: quinlan.it

 

 

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