//POSOKI [SubITA]

POSOKI [SubITA]

 

Titolo originale: Posoki
Paese di produzione: Bulgaria, Germania
Anno: 2017
Durata: 103 min.
Genere: Drammatico
Regia:

 

Road movie ambientato nella distopica Bulgaria degli anni Duemila, un paese in cui regna l’ottimismo poiché tutti i realistici e i pessimisti se ne sono andati. Durante un incontro con il suo banchiere, un piccolo imprenditore che per mantenersi fa l’autista di taxi, scopre che la tangente che dovrà pagare per ottenere il prestito è raddoppiata. E il Consiglio etico che ha revisionato la sua denuncia per estorsione ora vuole la sua parte. L’uomo, esasperato, spara quindi al banchiere e poi rivolge l’arma verso se stesso. L’incidente suscita il dibattito nazionale nelle radio che parlano di quanto la disperazione sia dilagante nella società civile. Nel frattempo, cinque tassisti e i loro passeggeri si muovono nella notte, ognuno in cerca di un modo per andare avanti.

La notte del giudizio
Per questa pubblicazione dedicata a Directions, che vedremo nelle sale nostrane a partire dal 27 novembre con Wanted dopo la prima apparizione pubblica qualche mese fa nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2017, abbiamo scelto di citare il titolo di un romanzo celebre quale “ al termine della notte”. Tale scelta non è legata in nessun modo a un progetto di adattamento cinematografico più o meno libero delle pagine firmate nell’ormai lontano 1932 da Louis-Ferdinand Céline da parte del regista , bensì allo spirito e alle atmosfere che il titolo dell’opera letteraria dello scrittore francese continua a suggerire nonostante la distanza temporale che ci separa dalla pubblicazione. Anche perché è sufficiente dare un’occhiata alla sinossi della pellicola del cineasta bulgaro per escludere qualsiasi tipo di parentela o di assonanza narrativa e drammaturgica tra le pagine del libro e quelle dello script del film.

In Directions, infatti, ci troviamo catapultati senza se e senza ma in quel di Sofia, nell’odierna Bulgaria. Durante un incontro con un banchiere, un piccolo imprenditore, che guida un taxi per arrivare alla fine del mese, scopre di dover pagare una tangente per mantenere la sua licenza. Vuole rimanere un uomo onesto, ma anche la commissione che valuta la sua denuncia di estorsione chiede la sua parte. Preso dalla disperazione, l’uomo uccide il banchiere, per poi suicidarsi. Mentre il caso fa esplodere su tutte le radio un dibattito sullo stato di disperazione in cui versa la società civile, cinque tassisti, con i loro passeggeri, percorrono le strade notturne della città in cerca di nuove direzioni, nuovi modi per affrontare la vita.

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Quella in cui ci immerge Komandarev dopo un prologo diurno è una notte senza fine, buia come la pece, squarciata solamente dalle luci dei lampioni stradali e dai fari delle macchine che a fatica si fanno largo nell’oscurità. Le strade della metropoli diventano il “campo di battaglia” di una “guerra” che si consuma tutte le notti. Quella raccontata e mostrata qui, attraverso un lungo corale, è una di queste. E proprio questa notte come tante, segnata e inaugurata da una striscia di sangue, è la cornice in cui va in scena il giro di vite e il “valzer” esistenziale di Directions. Sofia si trasforma di fatto in un ventre malato, in una cloaca malsana, in un vaso di Pandora scoperchiato, dal quale fuoriescono a getto continuo atti criminosi, corruzione, paure, vizi, peccati, debolezze, disperazione e crisi economica. Le uniche vie d’uscita rimangono la violenza e la sopraffazione. Non ci sono vittime, ma solo carnefici. A scoperchiare il suddetto vaso ci pensa un omicidio. Quest’ultimo scatena a sua volta un’escalation di violenza e di soprusi, ma anche un dibattito acceso in cui i media e l’opinione pubblica si confrontano via etere sul gesto compiuto dal tassista/imprenditore. Ciò che va in onda nelle trasmissioni radiofoniche diventa il leit motiv e l’anello di congiunzione tra le storie portate sul grande schermo, con la mente che nel frattempo torna inevitabilmente a End of the World di Monika Pawluczuk.

Interessante e riuscito, anche se non originale, il modo in cui Komandarev compone il racconto, ossia attraverso un palleggio insistito da un abitacolo all’altro dei quattro taxi chiamati in causa. A bordo di quelle auto si consumano confronti verbali e fisici, ma anche vendette insperate e salvataggi in extremis. Le storie, così come i km percorsi dai singoli taxi, scorrono parallelamente in un’unita temporale interrotta di volta in volta dal passaggio da un taxi all’altro. In questo modo si compone sullo schermo un puzzle audiovisivo che acquista forma e sostanza solo quando tutti i tasselli avranno preso il loro posto nello “scacchiere” drammaturgico. Questo, però, non funziona sempre come dovrebbe, ma a fasi alterne, con momenti di forte tensione (l’aggressione sotto la galleria dell’avvocato o il tentativo di dal ponte di un disperato) che vanno a sbattere contro altrettanti gettati letteralmente al vento a causa di una serie di passi falsi in fase di scrittura, che fanno perdere una dose di credibilità al racconto (vedi ad esempio l’incontro fin troppo fortuito della tassista con l’aguzzino che decenni prima le aveva rovinato vita e carriera).

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Questa mancanza di continuità drammaturgica influisce negativamente sul risultato finale, penalizzandolo e soprattutto depotenzializzando. Davvero un gran peccato, perché Directions ha nel suo DNA tutto quanto ciò che un film deve possedere per colpire alla bocca dello stomaco lo spettatore di turno, lasciandolo tramortito e alle prese con un magma rovente di riflessioni da affrontare durante e soprattutto dopo la fruizione. Per i suoi contenuti e per l’approccio alle questioni sollevate nell’arco della timeline, infatti, l’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta bulgaro è a tutti gli effetti un film politico, che tenta a suo modo di condannare e puntare il dito contro la Società alla quale appartiene, e più in generale contro la situazione imperante a livello mondiale. Il realismo della messa in quadro ne certifica e ne asseconda gli intenti, con la cinepresa che come un animale imbestialito in gabbia prova a farsi largo e giustizia. L’uso costante dei piani sequenza e l’attaccamento asfissiante ai personaggi amplifica all’ennesima potenza il lavoro svolto dal regista proprio nei confronti del realismo, ma la scelta operata dal distributore italiano di avvalersi di un doppiaggio qualitativamente e stilisticamente non in linea con le reali esigenze e la natura “sporca” del film, ne mettono seriamente in discussione la fruizione. Consigliamo pertanto di recuperare quando possibile la versione originale.

cineclandestino.it

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