//QEDA [SubITA]

QEDA [SubITA]

 

Titolo originale: QEDA
Titolo Internazionale: Man Divided
Paese di produzione: Danimarca, Finlandia, Svezia
Anno: 2017
Durata: 87 min.
Genere: Drammatico, Fantascienza
Regia:

 

Presentato e premiato al Trieste Science+Fiction Festival 2018, Man Divided (QEDA) è la prima opera di finzione del documentarista danese , perfettamente a proprio agio tra gli intricati meccanismi e paradossi dei viaggi nel . Una messa in scena realistica del futuro che verrà, tra catastrofi ambientali e grandi rimpianti.

Dialogo della Natura e di un danese
2095. Il mondo è stato sconvolto da una catastrofe ecologica: gli oceani si sono sollevati e tutta l’acqua dolce è scomparsa, assieme a ogni pianta e animale. Alla ricerca di una soluzione, gli scienziati hanno fatto esperimenti sui viaggi nel , trovando forse una strada: i cosiddetti QUANTA, agenti divisi in due gruppi molecolari, sono in grado di viaggiare nel passato con una metà di loro stessi, rimanendo in contatto con l’altra, ancorata al presente. Usando la sua posizione come copertura, il capo dei Servizi Segreti, Fang Rung, ha viaggiato indietro nel alla ricerca della scienziata Mona Lindkvist, le cui innovative ricerche sono andate perdute prima di aver potuto salvare il mondo… [sinossi]

Una sequenza e un’inquadratura. Partiamo da qui, da un paio di dettagli per cercare di soppesare l’opera prima (di finzione…) del danese , documentarista con una filmografia di tutto rispetto. La sequenza è proprio in apertura, spiega un buon numero di cose e ne suggerisce altre: come ha sottolineato lo stesso Kestner durante il Q&A al Trieste Science+Fiction Festival 2018, questa sequenza aveva un’altra collocazione nel primo montaggio, era più o meno in mezzo al film. Un dettaglio che richiama alla mente con ancor più forza l’ottimo Predestination di Michael e Peter Spierig, pellicola che al contrario di Man Divided non si preoccupa dello spaesamento spettatoriale. Anzi, ci gioca.
Un limite? In parte, ma è comprensibile per un’opera prima, ancor più se segna il passaggio dal documentario alla finzione. Probabilmente una struttura a incastro più accentuata avrebbe giovato a Man Divided, anche perché il retrogusto post-visione è proprio quello della (eccessiva) semplificazione, del montaggio di sicurezza, della rinuncia.

Il secondo dettaglio: un’inquadratura. Anzi, due. Catapultato nel passato, Fang Rung guarda fuori da una finestra. Nel presente, il protagonista guarda dalla medesima finestra. Le tracce umane sono le stesse (case, palazzi e via discorrendo), ma a cambiare radicalmente è il paesaggio naturale. Alberi, erba, natura, verde da tutte le parti: è un’immagine del passato, quindi inesistente, definitivamente sepolta. Al contrario, il futuro è grigio, vivo eppure morto. A Kestner bastano queste due inquadrature: anzi, ne basta una con l’aggiunta della computer grafica. Pur non privo di mezzi e di budget, Man Divided non ha bisogno di sovraccaricare la messa in scena del passato e del futuro per tratteggiare a dovere la componente fantascientifica e per sottolineare con forza l’afflato ambientalista.

Il lavoro di sottrazione di Kestner è controbilanciato dalla portata drammatica della storia e della Storia. I due Fang Rung sono infatti doppiamente divisi, tirati per la giacca in direzioni opposte. Da un lato, il quadro generale: il rischio dell’estinzione. Dall’altra, l’inattesa crepa nella maschera da duro: le emozioni, gli affetti, la vita come era. Il cortocircuito dello sdoppiamento molecolare e dei piani governativi è quindi inevitabile e i paradossi temporali sono figli di queste due forze contrapposte: il bene della collettività, il bene del singolo. Lontani da Hollywood, soprattutto in zona nordeuropea, dobbiamo essere pronti al peggio: se son rose, sfioriranno.

Man Divided trova un interessante equilibrio tra la messa in scena dell’intensificazione tecnologica, espressa quasi esclusivamente attraverso i viaggi nel e qualche accenno scientifico, e la regressione ambientale. Come per l’inquadratura della finestra, sottrazione e stilizzazione, virate in chiave realistica, funzionano e la macchina del diviene (ancora doppiamente) causa ed effetto. Un doppio binario che si ripropone anche sul piano squisitamente etico, con la circolarità temporale che prende le forme di una tragica operetta morale: nello struggimento generale dei due Fang Rung e degli spettatori, riecheggiano alcune parole di Mona Lindkvist. Un avvertimento, una previsione, forse una condanna. Come buona fantascienza insegna.

quinlan.it

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