domenica, Ottobre 25FPE 2.0 - IT'S JUST A RIDE !
Shadow

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Zhit 2012 Vasily Sigarev

RECENSIONI
★★★★☆
Sinossi: Living è un ritratto esistenziale di alcuni personaggi in una provincia russa invernale. Una madre vuole ricongiungersi alle sue figlie gemelle. Una giovane coppia si sposa in chiesa, ma subito dopo la cerimonia, Dio - o forse il diavolo, o forse il destino - mette alla prova spietatamente il loro amore. Un ragazzo vuole incontrare il padre da cui è separato, nonostante le feroci proteste di sua madre. Tutti i personaggi sopportano il proprio calvario. Al suo secondo lungometraggio Sigarev mette in scena una lucida e spietata rappresentazione del meccanismo di elaborazione del lutto. Contrariamente al titolo (Vivere) il tema principale è la morte, o meglio, il processo della sua assimilazione da parte di tre personaggi: una madre le cui due figlie muoiono in un incidente ferroviario, un bambino che ha perso il padre e una giovane donna il cui compagno viene ucciso durante una rapina. L'ambientazione è quella della fredda provincia russa dove i problemi sociali e la povertà sono l'innesco di eventi tragici e beffardi. Nella primissima parte del film le tre vicende si sfiorano casualmente per poi prendere strade che viaggiano parallele fino alla fine, il regista, attraverso lo sguardo dei protagonisti, rivela lo smarrimento, il rifiuto della realtà, il tentativo, a volte la necessità, di costruire rappresentazioni fittizie che possano rendere accettabili avvenimenti tragici e inaccettabili. Cosa c'è di più inaccettabile che perdere le proprie figlie nel momento in cui ricominciare una nuova vita insieme è possibile, oppure rimanere vedova il giorno stesso delle nozze, o ancora dover rinunciare all'amore paterno in favore di una famiglia dispotica e anaffettiva? Ecco allora che neanche la spiritualità serve più: il prete che ha sposato la coppia diventa colpevole della candela scadente che si spegne durante il rito gettando un presagio nefasto sulla coppia, neanche è in grado di rispondere agli interrogativi pressanti della donna: A che serve l'amore? Perché amare? Poi te lo portano via comunque. Un film che nella sua crudezza affronta un tema difficile senza abbandonarsi a facili, possibili sentimentalismi evidenziando una linea di continuità nell'affrontare tematiche forti e attuali tipica del nuovo cinema russo, con le opere di un altro grande regista come Andrei Zvyagintsev di cui si intuisce l'influenza nel giovane, quasi esordiente, cineasta. Sigarev è bravo nel creare un intreccio che sovrappone le tre storie confondendo i piani temporali e i piani di realtà con un ritmo narrativo che segue gli avvenimenti contrapponendo il montaggio serrato della parte centrale ad un ritmo più riflessivo e intimista nel segmento successivo. Fondamentale per lo sviluppo della narrazione è anche la musica di matrice post rock di Pavel Dodonov che contribuisce alla definizione dell’atmosfera del film. Le tre vicende assumono un peso diverso nell'economia del racconto: mentre quella del bambino, che apre il film, appare incompiuta e meno riuscita, le altre due storie propongono alternative differenti e mai risolutive anche se forse, nella quotidianità di piccoli gesti, si riuscirà finalmente a dare un senso alla parola vivere.
- Tonino Mannella

the dead and the others

RECENSIONI
★★★☆☆
storia di una depressione suicida di un giovane padre della tribù degli indiani brasiliani Krahô. Il quale si sente chiamato dalla voce del padre morto. Che gli chiede di raggiungerlo dopo aver celebrato la festa funeraria che permetterà al suo spirito di partire per il villaggio dei morti. Il ragazzo non accetta. Non vuole essere uno sciamano che vede e parla coi morti. Il tramite coi morti della comunità. Né di dimenticare la morte. Come se non esistesse. La festa funeraria serve proprio ai vivi a dimenticare la morte affidandone il peso a una sorta di prete. Lui vuole vivere avendo fatto proprio il senso della morte. Così fugge nella città dei bianchi pensando che abbiano una cura per l'insignificanza della vita. Ma i bianchi lo scacciano dicendo che sta bene e che non ha bisogno di cure. Trascorre dei giorni tra i bianchi. Tra vagabondi, poveri e gente insidiosa spende il tempo, come fanno i bianchi ai videogiochi. Così in lui invece cresce la depressione. Non riesce affatto a dimenticare il richiamo del padre. Non trovando una soluzione, decide di tornare al villaggio accettando di darsi la morte.
- Pinhas

Zulawski

RECENSIONI
★★★★★
Ciao sito fantastico grazie vi ho trovato film che cercavo da tempo, c´e´ speranza di ritrovare in streaming qualche film di zulawski? grazie Un abbraccio
- Andrea

Zhit 2012

RECENSIONI
★★★★☆
Il lutto della perdita di chi si ha di più caro,può essere elaborato o meno,portando alle estreme conseguenze. E' un filo sottillissimo tra la vita e la morte che basta un soffio per deciderne l',esito. Per capire l estemo dolore che il film di Sigarev esprime,è necessario sapere quanto di autobiografico c'è..se notate il primo titolo di coda,è scritto "a Kolia",quindi dedicato al figlio di Jana Troianova,protagonista nonché compagna di vita del regista,prematuramente scomparso per overdose di eroina pochi anni prima. Da qui la grandissima interpretazione di Jana,la ragazza con i capelli rasta biondi nel film,che ha vissuto tale dolore e nel film lo traspone in modo sublime.
- Pietro

2007 - LUZ SILENCIOSA

RECENSIONI
★★★☆☆
Un mennonita sposato con prole, vive da tempo una non-celata-sincera-piena relazione amorosa con un’altra. Questa situazione però comporta lacrime e dolore a tutti e tre. E’ per tutti una passione. La campagna lussureggiante, sottolineando la potenza dell’amore pare stridere ancora di più con la loro sofferenza. Quasi fosse un destino che l’amore si accompagni al pianto. L’amore tra i coniugi era solo felice un tempo. Esso, da se stesso dava senso alla loro esistenza. Ma ora è muto, triste e mostra l’assurdità dello stare assieme e di aver fatto persino dei figli. C’è chi (il padre del marito) vede in questo l’opera del destino (diavolo, nemico) di ciascuno scritto da sempre. Non è una colpa tradire cercando il vero gioire. Tuttavia scoprono nel far l’amore di essere simili a foglie di cedro che in breve tempo cadono a terra morenti sospinte dal vento. Non si può far nulla tranne disperatamente cercare il senso di tutto questo gioire e soffrire, sperare e disperare. Morire. La tragedia sta forse nell’amore capace di dare gioia piena. La stessa che dà vita a tutto quanto. Questo amore però che porta con sé l’immancabile patire. Della moglie, certo che anche si dispiace della situazione dell’altra. Del marito che si logora nella passione. Come l’amante che dolente prova empatia per la rivale. Eppure non si può sostenere che una via d’uscita dall’insensata esistenza non ci sia. “La pace è più forte dell’amore” dice l’amante. Il suo puro bacio alla rivale morta di crepacuore è alieno. Lei risorge. La moglie cadavere distesa nella bara apre gli occhi e le sorride. È pace. Per entrambe. L’amante la conforta che il marito ora sta bene. Lei è felice. Le figlie della risorta la attorniano raccontandole della giornata. Ora sono felici anche loro. La pace vince la morte, non l’amore. Una via d’uscita c’è. La pace, quella vera, che arriva per grazia (la morte di crepacuore) protegge dalla morte; è in grado di mostrare che la morte è solo malinconica distanza.
- Pinhas

RELIC

RECENSIONI
★★☆☆☆
proprio non ci siamo il film non decolla e il finale è stupidissimo, belle le immagini del bosco... il voto complessivo: 4
- Sergio Mazzei

most beautiful island

RECENSIONI
★★☆☆☆
non è stato brutto, ma parecchio banale! guadagnare cosi tanto comporta dei rischi altrimenti lo farebbero tutte! il mio voto: 5
- Sergio Mazzei

the guest

RECENSIONI
★★★☆☆
film sicuramente carino, ma prevedibile, merita: 6
- Sergio Mazzei

1BR

RECENSIONI
★★★★★
davvero film inedito e eccellente, alcune scene di troppo ma merita 8 in pagella! consigliato!
- sergio

naboer

RECENSIONI
★★★★☆
Finalmente lo ritrovo dopo anni di oblio, molto ben fatto, freddo e inquietante come i migliori film nordici, per gli appassionati di thriller da vedere!
- NoRemorse

POSOKI (Directions)

RECENSIONI
★★★☆☆
Pur partendo da un’idea non originalissima il regista bulgaro Komandarev riesce a rappresentare in modo efficace uno spaccato della società europea attuale. In una Sofia gelida si incrociano le storie di sei tassisti e dei loro clienti, il primo episodio fa da sfondo e allo stesso tempo punto d’incontro con gli avvenimenti che seguiranno: un tassista vuole lasciare l’attività per aprire una officina, ma viene ricattato dalle banche che devono concedergli il finanziamento. Ormai intrappola ed esasperato dalla situazione uccide il banchiere che si occupa del prestito e si spara a sua volta. Da qui in poi il film si svolge tutto di notte alternando le vicende degli altri cinque tassisti. Ciascuno spezzone è a se stante, quasi fosse un film a episodi, ma alla fine il collegamento e le connessioni tra le varie vicende sarà evidente. Da notare come una delle storie raccontate nel film sia un adattamento del racconto di Anton Cechov, Miseria, nel quale un vetturino che ha da poco perso il figlio cerca inutilmente di raccontare la propria tragedia ai propri passeggeri e alla fine si ritrova a parlare con un cavallo. Questo particolare non è irrilevante perché il regista rivolge il suo sguardo a una categoria di persone che fatica a sbarcare il lunario in un mondo nel quale gli interessi economici e l’arrivismo hanno ucciso i valori morali, ed è evidente la distanza incolmabile tra chi decide le sorti economiche di una popolazione e chi, in ogni caso deve far fronte ai piccoli o grandi problemi quotidiani per vivere una vita dignitosa. In effetti, come lo stesso regista ha dichiarato: “ i taxi a Sofia funzionano come una sorta di servizio sociale bulgaro e sono di fatto la prima attività che la gente cerca di svolgere dopo aver perso il lavoro”. Durante le numerose riprese notturne lungo le vie di Sofia, Komandarev ci mostra oltre alle periferie popolose e fatiscenti tipiche delle grandi città d’Europa, le colorate e accecanti insegne degli onnipresenti casinò, dei banco di pegni e delle slot machine, l’illusione di soldi facili per la povera gente disperata. In questo senso il titolo del film è ancora una volta indicativo, le direzioni sono le strade che i taxi scelgono per portare a destinazione i clienti, ma anche le scelte che ogni protagonista si trova a dover affrontare e che spesso riguardano appunto la coscienza e la morale. Decidere cosa sia giusto fare è più difficile quando le conseguenze possono danneggiare o distruggere l’esistenza di chi le subisce. Come già anticipato l’idea del taxi come scenario principale di un film non è nuova, vengono subito in mente il film di Jim Jarmusch, Taxisti di notte oppure Taxi Teheran di Jafar Panahi o infine Dieci di Abbas Kiarostami nel quale non ci sono Taxi ma la storia è interamente ambientata nell’abitacolo di una macchina. Rispetto ai film citati Directions a molte cose in comune, con Taxi Teheran ad esempio, condivide il taglio documentaristico rivolto alla rappresentazione della società moderna mentre il tono ironico e talvolta umoristico di alcune scene lo accomuna al film di Jarmush. Molto nteressante l’aspetto tecnico: il film è interamente girato con la camera a mano, con pochissimi tagli di montaggio e lunghi piano sequenza che trasmettono tensione e coinvolgono il pubblico e, in alcuni casi vengono realizzati in modo virtuoso e quasi acrobatico, come nella scena del ponte e spesso la macchina da presa si muove velocemente da un personaggio all’altro, anche in spazi ristretti, portando lo spettatore dentro l’azione. L’effetto finale è proprio uno spaccato della società e, secondo le intenzioni del regista, questo dovrebbe essere il primo episodio di una trilogia che prevede altri due film incentrati su altre figure chiave della realtà bulgara: la polizia e le ambulanze. Uscito in Italia alla fine del 2017 il film è passato inosservato senza una grande distribuzione, ma vi consiglio di recuperarlo attraverso una delle piattaforme streaming che lo propongono perché ne vale veramente la pena. https://twittacinema.it/directions-tutto-in-una-notte-a-sofia-2017-stephan-komandarev/
- Tonino Mannella

PARASITE

RECENSIONI
★★★★☆
Sinossi: I quattro membri della famiglia di Ki-taek sono molto uniti, ma anche molto disoccupati, e hanno davanti a loro un futuro incerto. La speranza di un’entrata regolare si accende quando il figlio, Ki-woo, viene raccomandato da un amico, studente in una prestigiosa università, per un lavoro ben pagato come insegnante privato. Con sulle spalle il peso delle aspettative di tutta la famiglia, Ki-woo si presenta al colloquio dai Park. Arrivato a casa del signor Park, proprietario di una multinazionale informatica, Ki-woo incontra la bella figlia Yeon-kyo. Ma dopo il primo incontro fra le due famiglie, una serie inarrestabile di disavventure e incidenti giace in agguato. Lo so, si è già scritto tanto di questo film che forse si può considerare la migliore uscita del 2019, ma vorrei esprimere la mia opinione su un’opera che sta riscuotendo numerosi riconoscimenti e che credo continuerà a farlo (vedi la candidatura agli Oscar 2020). Il regista Bong Joo-ho è la testimonianza della continua crescita del cinema coreano: ormai tutti conoscono i film del prolifico Kim Ki-duk (Ferro3, L’arco, L’isola, Pietà) o dell’ormai quasi americano Park Chan-wook (Oldboy, Stoker, The Handmaiden) ma gli appassionati conosceranno anche Lee Chang-dong (Poetry, Oasis) oppure Kim Ji-woon (I saw the devil, Two sisters) per non parlare di una miriade di bravi registi che hanno dato vita a un vero e proprio movimento. A questo proposito mi pare questo il momento di menzionare l’iniziativa del The Korean Film Archive che sul suo canale YouTube ha messo a disposizione gratuitamente più di duecento titoli (una parte di questi è sottotitolata in italiano). Lo stesso regista di Parasite ha intrapreso un percorso interessante che lo ha già fatto conoscere ai cinefili di tutto il mondo con Memories of a murder e The host e al grande pubblico con la produzione americana Snowpiercer. Con quest’ultimo film il regista ritorna in patria affrontando una tematica che descrive la società coreana odierna, ma che si può facilmente estendere a tutte le società occidentali. Attraverso l’incontro di due famiglie dall’estrazione sociale diversa si scatena un vero e proprio conflitto di classe. Bong, nelle sue interviste ci racconta di aver tratto ispirazione principalmente da due situazioni: una personale riferita al fatto che da giovane ha lavorato lui stesso come tutor per una famiglia ricca sentendo spesso fuori posto e a disagio in un ambiente non suo, la seconda è relativa al suo precedente film, Snowpiercer, ambientato in un treno apocalittico che racchiude un microcosmo di società umana suddiviso in classi. Parasite è quindi il naturale sviluppo tematico di Snowpiercer, questa volta la storia non è fantascientifica ma realistica, ambientata in tempo e luogo ben precisati che subisce una trasformazione dagli sviluppi imprevedibili. E’ anche nella capacità di cambiare registro in modo repentino la grandezza di questo film che passa con naturalezza dalla commedia, al melodramma familiare all’horror senza perdere di coerenza e compattezza e facendo in modo che lo spettatore non intuisca mai cosa possa avvenire in seguito. Per fare questo Bong si affida ad alcuni elementi ricorrenti nel film che assumono precise valenze narrative e simboliche. Prima di tutto le scale. Il regista e i suoi collaboratori spesso, sul set, si riferivano al film come a “un film di scale”, in effetti, ce ne sono molte, dalla scala del seminterrato della famiglia povera a quella della famiglia ricca che porta al soggiorno dalle grandi vetrate o anche la scala, nascosta, del bunker dietro la parete o ancora la scala che porta al quartiere di baracche dove vive la famiglia povera. La centralità di questo elemento scenografico può essere evidenziata, oltre che dall’aspetto simbolico rappresentato dall’ascesa sociale, anche da un gioco fatto durante le riprese del film nel quale il regista ha chiesto ai suoi collaboratori, quale fosse per loro la miglior scena di scale della storia del cinema. Le risposte sono state variegate ma su tutte sono emerse le famose scene di Hitchcock in Psycho e Notorious, ma anche Dassin e Losey oltre che la scena della scala in L’uomo nell’ombra di Polanski dal quale Bong Joo-ho ha tratto ispirazione facendo mettere una lastra di vetro a lato delle scale per filmare le persone che salgono. Altro tema ricorrente, anche questo simbolico, è dato dalle relative posizioni che i personaggi assumono durante lo svolgersi degli eventi. La classe dominante è evidentemente posta su un piano più alto, non a caso la famiglia di Ki-taek vive in un seminterrato in una zona posta infinitamente più in basso della zona residenziale, nella scena della tenda l’intera famiglia sotto il tavolo si trova più in basso dei coniugi sul divano, infine il bunker, nascosto dietro una parete posto quasi nelle viscere della casa che segna una vera svolta narrativa trasformando la vicenda da satira sull’ascesa sociale a qualcosa di più profondo e imprevedibile. Ho tralasciato finora il titolo che merita un discorso a parte, chi sono i parassiti menzionati? Il regista non ha voluto svelare la sua idea in merito lasciando che lo spettatore traesse le sue conclusioni autonomamente, gli indizi non mancano: sono i ricchi che vivono sfruttando il lavoro delle classi più deboli o certi disperati costretti dalle condizioni di vita a vivere alle spalle di ricche famiglie? Alla fine nessuno è cattivo fino in fondo l’unico vero cattivo della storia sembra essere il capitalismo che scatena determinati meccanismi. Il finale non chiarisce il dilemma: è una speranza o è la definitiva pietra tombale su una situazione ormai consolidata? Non vi dico di più. Vedetelo. https://twittacinema.it/parasite-2019-bong-joo-ho/
- Tonino Mannella

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