//IL MISTERO DI LOVECRAFT: ROAD TO L. [SubITA]

IL MISTERO DI LOVECRAFT: ROAD TO L. [SubITA]

 

Titolo originale: Road to L. – Il mistero di Lovecraft
Nazionalità: Italia
Anno: 2005
Genere: Thriller, Visionario
Durata: 86 min.
Regia: ,

 

Brillante piccolo horror indipendente americano del 2009, ennesima dimostrazione di come i limiti di budget siano ampiamente scavalcabili se si hanno idee, capacità e senso della messa in scena. Doti che non mancano

L’arte, nel XXI secolo, è soprattutto una faccenda di incroci. Nei punti d’incontro di strade battute mille volte si incontra ancora, qualche volta, il più cordiale dei diavoli tra quelli che abitano tradizionalmente i crocicchi: l’originalità. Nel caso di “Road to L.”, film del 2005 di e , l’idea è arrivata percorrendo tre strade piuttosto affollate e cercandone il punto d’incontro ideale. Le tre strade scelte sono state:

l’opera del visionario di Providence, il beneamato asociale del Massachussets, H.P. Lovecraft;
l’horror con videocamera a spalla, diventato popolare a seguito del discusso “Blair Witch Project”;
le nebbie e i terrori della pianura padana, di cui è stato maestro Pupi Avati. Sue alcune delle migliori pellicole horror italiane: “Zeder”, L’arcano incantatore” e soprattutto il sublime “La casa dalle finestre che ridono”.
Su questo crocevia gli autori hanno imbastito un’ipotesi affascinante, utilizzando un vuoto temporale nella biografia di Lovecraft. L’idea è che HPL abbia ricavato l’intuizione dei miti di Chtulhu da un viaggio in Italia (storicamente mai avvenuto) e dalla conoscenza di alcune leggende ambientate nel delta del Po.
Ipotizzando il ritrovamento casuale di alcune pagine autografe dello scrittore, “Road to L.” porta una troupe di cineoperatori italiani e americani a Loero e a Santa Maria in Punta, nel groviglio di canali e canaletti del delta, alla ricerca della vera, autentica Innsmouth. Come è prevedibile, non andrà affatto a finire bene per gli incauti visitatori che si perderanno tra rituali orridi, creature anfibie, viscidi sotterranei e leggende popolari (gli antichi “racconti del Filò”) tramandate oralmente, portatrici di indicibili orrori.

“Road to L.” tenta fin dal titolo (che contiene ben tre significati in una frase sola: “L.” sta infatti per Loero ma anche per Lovecraft e “hell”) un’operazione raffinata, che alterna l’aspetto filmico con quello documentario, coinvolgendo e intervistando due dei maggiori conoscitori italiani di Lovecraft, Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, oltre a un divertito Lucarelli.
Se le fondamenta dell’opera sono solidissime, l’edificio vero e proprio non rende però completa giustizia all’idea, a causa di una recitazione spesso non all’altezza, a una realizzazione low budget non assistita da grande fantasia visuale che si attacca troppo spesso ai codici comunicativi del “Blair Witch Project” e, quando cerca di fare paura in modo originale, cade in qualche momento di umorismo involontario (un po’ ingenuo cercare di spaventare spargendo un po’ di pesci spappolati in un sotterraneo… ma forse sono io ipercritica).

Dove invece il riferimento è Avati, le cose vanno decisamente meglio. Belli e cupi i paesaggi del delta, efficaci le leggende raccontate intorno al fuoco, le interviste agli abitanti del paese, il dialetto che diventa veicolo di segreti oscuri e di distanze incolmabili tra la comunità e il mondo esterno.

“Road to L.” è un tentativo decoroso, uno dei più interessanti esperimenti di sempre sul tema lovecraftiano e idea tra le più gustose degli ultimi anni in campo horror, non solo italiano. Per quanto mi riguarda, però, questi pregi diventano in qualche modo un’aggravante. Infatti, la sensazione di occasione persa è fortissima, a causa delle vistose incertezze stilistiche, tecniche e interpretative che ne costellano la visione.
Per i lovecraftiani di stretta osservanza rimane comunque un film assolutamente da non perdere.

Recensione: debaser.it

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