//RUINED HEART [SubITA]

RUINED HEART [SubITA]

 

Titolo originale: Ruined Heart: Another lovestory between a criminal and a whore
Nazionalità: Filippine
Anno: 2014
Genere: Drammatico, Musicale, Visionario
Duarata: 73 min.
Regia:

 

Da qualche parte a Manila, uno spietato boss del crimine governa con il pugno di ferro, usando e violenza per restare al potere. Al più fedele dei suoi scagnozzi il boss affida il compito di proteggere la sua donna, capace di mettersi spesso nei guai. In breve i due finiscono per innamorarsi e decidono di lasciare la città, accendendo la furia del boss che mette alle loro calcagna tutti i suoi uomini.

Tadanobu Asano è stato punk prima di te. Suonava in una band, scarmigliato, agitato come d’uopo, ma non solo. Dall’onnipresenza in quasi tutti i film indipendenti che avevano qualcosa da dire nei primi anni ’90 al ruolo da scavezzacollo in Shark Skin Man and Peach Hip Girl, che lo impose agli sguardi occidentali. Poi l’incontro con Sogo Ishii, il padre dell’approccio punk al cinema, per Gojoe e soprattutto per il folle Electric Dragon 80000V, per poi consacrarsi col cineasta che fece da spartiacque a quell’epoca. No, non si dimentica facilmente che Asano è stato Kakihara in Ichi the Killer di Miike Takashi. Quindi sì, lui è stato punk prima di te e lo sarà sempre più di te.

Non stupisce allora che possa permettersi l’eclettica scelta di navigare tra blockbuster che lo ricoprono d’oro e produzioni più piccole come Ruined Heart. Lo spirito punk del leggendario regista indipendente filippino Khavn (De La Cruz) deve averlo magneticamente attratto. Di mezzo il solito capolavoro strategico e produttivo dei ragazzi della casa tedesca Rapid Eye Movies, alla quale devono aver intuito come la nuova frontiera del cinema possa forse muoversi lungo questi sentieri. Come nella cucina di nuova generazione il mescolamento di spezie che non si erano mai incontrate prima genera nuovi sapori dall’inconsueto retrogusto, lo stesso può accadere al di là di una macchina da presa. Allora non basta partecipare con del denaro a una produzione esotica, non basta trapiantare tal attore o tal addetto ai lavori esteri in una produzione locale. La cosa migliore è proprio buttare in pentola tanti ingredienti di egual potenza, magari a prima vista contrastanti, ma che si ricombinano dando origine a qualche superbo scherzo di natura.
Uno degli elementi alieni è il colosso che risponde al nome di Christopher Doyle1. Il direttore della fotografia australiano, il cui nome sempre evocherà il suo eterno sodalizio con Wong Kar-Wai, di cui fu pedina fondamentale per il successo planetario, ha intrapreso da anni una sorta di percorso sperimentale che lo ha portato a lavorare, in quasi tutti i continenti, per produzioni dotate di budget certamente inferiori ai suoi standard. Nel 2011 fu il turno di un pink eiga. Anche in quel caso c’era lo zampino della Rapid Eye Movies che lo convinse a far la fotografia per lo strambo Underwater Love, pinku ibridato al musical diretto da Imaoka Shinji in cui le parti sonore furono curate dai teutonici Stereo Total. In mezzo tra il film di Imaoka e Ruined Heart, si deve menzionare anche Magic Magic, piccolo indipendente ambientato in Cile in una regione dove la luce naturale fornita da crepuscolo e alba è il sogno di qualsiasi direttore della fotografia.
Invero entrambe le produzioni non sono pienamente soddisfacenti. Anche se Underwater Love può essere considerato il miglior episodio nella carriera del regista giapponese, proponendosi come una versione aggiornata di Frog Song, frutto maturo del già menzionato impianto produttivo che ne amplifica i pregi, in esso è proprio la fotografia di Doyle a risultare abbastanza invisibile. Magic Magic è all’opposto ricco di sperimentazione con le dette luci naturali, ma questa scelta spesso inficia la comprensibilità di alcune scene, perché la è buia, davvero buia, su quelle coste del Cile. In Ruined Heart però è come se Doyle giocasse in casa.

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Le strade di Manila sono tappezzate degli stessi neon di Hong Kong, sua terra d’adozione e se qualche perplessità s’era levata nei lavori precedenti, basta guardare i rossi e i blu vivi, incandescenti e sfocatissimi dietro le spalle dei protagonisti per riconoscere lo stesso grande fotografo di una volta. E sembra davvero di tornare ai bei vecchi tempi della sperimentazione guerrilla-style di Angeli Perduti.
In questo certamente aiuta lo stile di Khavn, che pionere del cinema digitale e sperimentale in patria, ha al suo attivo già 45 più una miriade di corti. La strada è sua. Lì si intrecciano le storie della prostituta, del criminale, dell’amante, dell’amico, del pianista e del boss. La storia è davvero semplice: Si risolve nel dire che il boss malavitoso, interpretato dal veterano attore filippino Vim Nadera, affida alle cure del criminale Asano Tadanobu, la bella e amata prostituta Nathalia Acevedo. Quest’ultima è l’attrice messicana che abbagliò molti in Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas e rappresenta un altro dei tasselli multietnici incastonati dalla produzione in questo gioiellino concepito programmaticamente come un mix tape. Di fatti i dialoghi sono ridotti all’osso, forse anche in maniera funzionale vista l’assenza di una lingua comune per far interagire efficientemente i membri del cast, e a parlare sono le musiche organizzate dallo stesso Khan coadiuvato, anche lui come Imaoka, da Brezel Göring degli Stereo Total.
In una Manila fatta di vicoli brulicanti di vita e criminalità è una corsa continua tra il fuggitivo criminale e la bella prostituta. Tra coloriti riti magici che servono a guidare le masse celebrati dal boss, orgiastiche feste, coltellate, sparatorie, risse corrono via ben 73 minuti. Nel concreto una versione ipertrofica dell’omonimo corto che aveva vinto come miglior corto al sessantaduesimo Festival del cinema di Berlino e da cui prende le mosse questo lungo.

Proprio come Underwater Love vampirizzava Frog Song proponendo un approfondimento delle ossessioni dell’autore, Ruined Heart espande di fatto il lavoro onirico fatto col digitale da Khavn. L’ipersaturazione viene dominata abilmente dalla fotografia di Doyle, la profondità di campo, sfruttata sapientemente, usa il caos della megalopoli come soffice tappeto di luci e le lunghe take libere e aeree non provocano il fastidio solito che solo certo cinema indie sa suscitare. Forse si esagera un po’ nella decostruzione della storia e nell’utilizzo in alcune scene di fuga di una GoPro, la microcamera installata nel gesso che Asano vistosamente esibisce durante tutto il film, ma preso nella sua totalità l’opera rappresenta un prodotto unico e da conservare gelosamente, come fosse ultimo nodo di resistenza di quella cultura punk di cui si parlava nella caotica, sovrappopolata, talvolta svilente modernità di questa nuova cultura digitale fatta per immagini.

[1] Christopher Doyle e Asano Tadanobu in avevano incrociato già le loro strade in un film del sud est asiatico: il capolavoro Last Life in the Universe di Pen-ek Ratanaruang che vedeva nel cast anche la presenza di Miike Takashi.⇑

Recensione: asianfeast.org

 

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