//SAKEBI [SubITA]

SAKEBI [SubITA]

 

Titolo originale: Sakebi
Titolo internazionale: Retribution
Nazionalità: Giappone
Anno: 2006
Genere: Horror, Thriller
Durata: 104 min.
Regia:

 

Lo scheletro nell’armadio
Il detective Yoshioka, indagando su una serie di delitti legati dallo stesso modus operandi ma con diverso assassino, scopre suo malgrado prove importanti che lo rendono sospettato per uno degli omicidi, nonostante non ricordi nulla dell’accaduto. Alcuni inquietanti sviluppi dell’indagine, tra cui le frequenti apparizioni del fantasma di una delle vittime, porteranno il detective a capire il motivo del suo coinvolgimento in questa sinistra storia con risvolti soprannaturali. 

In anni come quelli che stiamo vivendo, in cui si nota un’ossessione sempre crescente per la catalogazione del genere in recinti ben definiti, si corre seriamente il rischio che il cinema di risulti essere estremamente sottostimato. Alla base di questa incomprensione critica c’è senza dubbio l’assoluta libertà con la quale il cineasta nipponico tratta la prassi del genere, spogliandola dell’identità che gli è sempre stata riconosciuta e cercando percorsi inusuali, solitamente poco abitati.
In realtà sarebbe più giusto iniziare a ragionare nei termini di un vero e proprio “genere Kurosawa”, vista la facilità con la quale si può riconoscere il suo tocco; ragionando in questo modo l’approccio alla lettura critica delle sue opere risulterebbe probabilmente semplificato. Perché Kurosawa non è un regista di horror e di thriller, come spesso e volentieri viene spacciato e non fa assolutamente parte dell’onda anomala del cosiddetto “nuovo horror asiatico”. Le sue storie non hanno alcuna voglia di assomigliare agli yokai eiga di Hideo Nakata e Takashi Shimizu, ma neanche ricercano lo studio del mostruoso e dell’efferato proprio di alcuni film di Takashi Miike e tanto meno si muovono sulle linee deformi dei corpi in mutazione di Shinya Tsukamoto.

Kurosawa, e Sakebi (Retribution è il titolo internazionale con il quale è stato presentato alla Mostra di Venezia) ne è una dimostrazione palese, parte da un’ipotesi di genere (nel caso specifico la ghost-story, così come era stato già in Korei e in Kairo) per poi gettarsi in una riflessione filosofica e morale che abbraccia tanto la critica alla contemporanea – o meglio alla in quanto sovrastruttura che tende a negare la scelta dell’individuo: leggere il cinema di Kurosawa come una catarsi anarchica sarà anche stridente ma potrebbe dimostrarsi una sfida più che affascinante – quanto un’analisi dettagliata della deriva attuale del cinema. Se è infatti indubbio che l’arte di Kurosawa non contenga in sé alcun germe dedito al trasformismo e che passo dopo passo l’autore si stia avviando verso una progressiva cristallizzazione della regia, è altrettanto certo che nessun elemento della sua filmografia può essere accusato di gratuità. Anche gli episodi meno riusciti (valga come esempio il mediometraggio House of Bugs su tutti) permettono di svelare il senso stesso che Kurosawa dà al cinema, grazie al lirismo trattenuto, al senso di disillusione che si respira a pieni polmoni, all’orrore inteso come tragedia, all’annullamento di qualsiasi suddivisione manichea. Anche per questo non abbiamo timore di interpretare Retribution come uno dei punti più alti raggiunti dal regista di Kobe: la storia dell’investigatore Yoshioka che, attraverso l’ossessione per il fantasma di un cadavere ritrovato sul lungomare arriva a svelare i propri sensi di colpa e i propri scheletri nascosti nell’armadio (nel vero senso della parola, vedere per credere), è l’epitome del discorso sull’umanità che affrontavamo poc’anzi. Non solo Yoshioka, ma tutto il mondo che lo circonda è destinato alla morte e alla solitudine, disperso in una città fantasma – il senso di vuoto delle metropoli descritte da Kurosawa è uno dei tratti peculiari del suo cinema e una della anomalie più sconvolgenti della messa in scena degli ultimi anni – che non dà rifugio e ristoro, ossessionato dai sensi di colpa e dalla propria fallacia.
“Muoio, affinché anche tutti gli altri muoiano” sentenzia la voce fuori campo finale, e mai come in questo caso Kurosawa aveva svelato in maniera così priva di ambiguità le sue intenzioni poetiche ed estetiche; la morte come estremo momento di relazione umana, ultimo appiglio per quella spasmodica ricerca del senso del proprio essere al mondo che attanaglia letteralmente i protagonisti delle pellicole del cineasta nipponico. Morte non come negazione della vita ma come suo completamento, istante unico in cui si può forse comprendere le azioni compiute.

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Forse, perché il cinema di Kurosawa non si permette il facile lusso di attribuire risposte certe ai quesiti portati a galla. Peccato che chi ancora insegue l’ombra di un cinema di genere adagiato nei solchi di un binario già prestabilito continuerà imperterrito a negarne la grandezza. Chissà, forse giorno verrà…

Recensione: quinlan.it

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