//SHANGRI-LA [SubITA]

SHANGRI-LA [SubITA]

 

Titolo originale: Tôgenkyô no hito-bito
Nazionalità: Giappone
Anno: 2002
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 105 min.
Regia:

 

La notizia del fallimento di una catena di supermercati di Osaka scuote la piccola tipografia che ne stampa i dépliant: se l’assegno della , da dieci milioni di yen, non è coperto, addio tipografia. Il presidente della piccola tipografia, l’attivissimo Umemoto, supplica il magnate dei supermercati ma il vecchio farabutto afferma di non possedere un solo yen. L’avvocato di Umemoto consiglia di dichiarare fallimento, ma Umemoto preferirebbe morire piuttosto. Poi, proprio quando sta per ammazzarsi, viene bruscamente interrotto da una banda di teppisti che attacca un vicino campo di senzatetto. Umemoto porta all’ospedale uno dei senzatetto feriti e in seguito viene accolto calorosamente nell’accampamento da Kuwata, uno scrittore senza fortuna, e dal “sindaco” del campo, che sfoggia occhiali scuri e una parrucca afro. Sopraffatto dalla gentilezza di questi sconosciuti, Umemoto si sfoga sulle sue disgrazie. Commossi, Kuwata e il sindaco promettono di aiutarlo a salvare la tipografia.

Sono le distorsioni di un sistema economico collassato su se stesso e il fallimento di un corpo sociale irrimediabilmente malato ad animare una commedia che nella sua linearità asciutta e giocosamente romantica, appare lontana, confermando la complessa mutevolezza dell’opera miikiana, da quelle lacerazioni violente e improvvise e da quelle contaminazioni disorientanti che attraversano gran parte del cinema di Miike. Tratto da un manga di Aoki Yūji, Shangri-La è una fiaba divertente e colorata, lievemente scossa da un respiro nostalgico e, allo stesso , testardamente scaldata dalla fiducia, che non scade mai in facili sentimentalismi e in affrettate semplificazioni, nella possibilità di rinascita dell’essere umano. Miike addolcisce il suo sguardo disperato e sconcertante per inseguire, con delicata ironia e con una magnifica naturalezza, capace di far vibrare il sommesso pulsare della vita e l’incerta e bellissima danza emotiva dei personaggi di Shangri-La, il vittorioso scardinamento di un mondo deregolamentato e caotico – il shangri-laGiappone capitalista senza più valori, che lascia dietro di sé corpi alla deriva e cadaveri svuotati di senso – operato da una piccola e dimenticata comunità di “rifiuti” espulsi dall’organismo sociale: Umemoto (Tokui Yū), l’onesto tipografo sull’orlo del suicidio, rovinato dal crollo finanziario giapponese e dall’arrogante indifferenza di un sistema corrotto, incarnato dal proprietario (Maro Akaji) di una catena di supermercati in fallimento; l’instancabile e straordinario Aikawa Shō che interpreta il misterioso capo-villaggio della piccola baraccopoli alla periferia di Osaka e che, nascosto dietro una fittissima parrucca e un paio di occhiali, si libera del suo passato reinventando la sua forma; Kuwata (Shirō Sano), l’incerto scrittore che finisce per unirsi alla sgangherata popolazione di reietti guidata da Aikawa Shō e che insieme al capo-villaggio attua l’ingegnoso piano che porterà non solo Umemoto, ma anche tutta la comunità di emarginati, al riscatto finale.

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I personaggi di Shangri-La, gli uomini dell’Eden, come recita il titolo originale shangri-ladel film, non sono figure eccedenti, in perenne mutazione e disperatamente sradicate, costrette a vagare senza posa nella totale assenza di punti di riferimento, quella di Shangri-La è umanità risanata e pacificata che, nel consapevolezza della sua alterità e nella fiera affermazione di un sistema di valori basato sul deciso rifiuto della straniante etica capitalistica e sull’affermazione della centralità della vita e dei rapporti, finalmente liberati da ogni costrizione opportunistica, tra gli esseri umani, è riuscita a sottrarsi al collasso sociale e culturale che ha inghiottito il Giappone e a ritrovare una nuova unità, una nuova coesione in una comunità ideale, un corpo privo di squilibri e dolorose distorsioni e dove il potere del denaro non possiede più alcuna forza o attrattiva. Ma i personaggi di Miike sono forse solo miraggi sognati e attraverso il suo vivido e grottesco realismo, impercettibilmente segnato da microfratture e da leggere variazioni, Shangri-La lascia intravedere la lontananza dell’utopia che racconta.

Recensione: sentieriselvaggi.it

 

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