//SONNO PROFONDO

SONNO PROFONDO

 

Titolo originale: Sonno Profondo
Nazionalità: Argentina
Anno: 2013
Genere: Horror, Thriller
Durata: 67 min.
Regia:

 

Intorno al film
Il thriller argentiano (e post-argentiano) continua a fare scuola in tutto il mondo: il giallo italiano anni Settanta sta influenzando vari registi contemporanei non solo nella riproposizione di trame riconducibili al genere ma anche e soprattutto in una rielaborazione dello stile, che dà origine alla corrente nota come “neo-giallo”.
Si tratta spesso di contaminazioni tra il filone thriller/horror nostrano e una produzione artistica sperimentale, in cui è dedicata una particolare attenzione alla sinestesia tra immagini e suoni.
Se in Italia Zampaglione e Luigi Pastore rivisitano il genere con gli ottimi Tulpa e Come una crisalide, all’estero l’acclamata coppia belga Cattet – Forzani dirige due gioielli artistici come Amer e L’étrange couleur des larmes de ton corps, che sublimano temi ed elementi stilistici del giallo classico in opere più ermetiche e autoriali.
Il tedesco Andreas Marschall ricrea le atmosfere squisitamente horror di Suspiria con Masks, mentre l’inglese Peter Strickland realizza il meta-cinematografico Berberian Sound Studio.

Sonno profondo, un film di
Il neo-giallo attraversa anche l’Oceano, sbarcando in Sudamerica grazie a due registi indipendenti: il cileno Gonzalo Badilla con Maldito amor e l’argentino con Sonno profondo (2013). Se il primo è in fase di post-produzione, il secondo è stato già presentato a vari festival in America e in Europa (fra cui il prestigioso Festival di Sitges) e sarà distribuito in homevideo dalla Brink Vision.

La vicenda
Locri. Un misterioso assassino (Luciano Onetti), tormentato da alcuni macabri ricordi della sua infanzia, uccide a coltellate una modella brasiliana, Monica Mele, all’interno del suo appartamento. Tornato a casa, riceve una busta contenente alcune foto che lo ritraggono mentre compie il delitto e l’indicazione per un appuntamento. Qualcuno lo sta ricattando, e il killer diventa a sua volta una preda di questo anonimo persecutore: mentre avvengono altri omicidi, e si ricompone man mano il trauma che lo ha segnato da piccolo, fra i due inizia una complessa sfida psicologica che avrà una risoluzione decisamente singolare.

Narrazione e stile
Parlare di un film meraviglioso e complesso come Sonno profondo non è semplice. Iniziamo con alcuni dati di fatto. Chi ha dimestichezza con il thriller di Dario Argento, riconoscerà sicuramente nell’incipit una certa somiglianza con Profondo rosso e Quattro mosche di velluto grigio.
Chi inizia a vedere il film senza sapere che è prodotto nel 2013, direbbe quasi sicuramente che è un’opera degli anni Settanta: lo stile è volutamente e inequivocabilmente vintage, sia nei titoli di testa che nella fotografia, con luci iperrealistiche, colori saturi e immagine “invecchiata”, “sporca”, con tanto di puntini sulla pellicola.
Se uniamo queste due considerazioni, potremmo pensare che Sonno profondo è una semplice imitazione del giallo argentiano: niente di più sbagliato, invece. L’omaggio al thriller italiano vecchio stile è forte, voluto, evidente in ogni inquadratura – sia nell’estetica che (inizialmente) nella trama – ma Sonno profondo prende poi una strada tutta sua che lo rende un film davvero unico.
Tanto numerosi sono gli elementi ripresi dal giallo classico, quanto numerose sono le innovazioni nello sviluppo della vicenda. Il guanto nero dell’assassino, la lama che si avvicina in soggettiva alla vittima, la voce al telefono che parla “sul fiato” sono una derivazione diretta dal di Argento: e, se vogliamo, anche dal precedente e seminale Sei donne per l’assassino di Mario Bava e dagli altri film “argentiani” nati su imitazione degli originali e spesso altrettanto eccellenti.
Così pure le inquietanti bambole e i disegni infantili ritraenti un omicidio ricordano quelli di Profondo rosso: anche il titolo del nostro film può far pensare a un omaggio verso il capolavoro, ma come spiega il regista non è così, perché il Deep sleep del titolo inglese è un riferimento allo stato comatoso che fa da svolta parapsicologica e “metafisica” al film.
L’estetica è squisitamente seventies, con le vivacissime luci, i colori forti, le musiche ossessive e psichedeliche: così pure la composizione delle inquadrature negli esterni e negli interni (auto e telefoni d’epoca, per esempio), la rappresentazione dell’assassino con impermeabile e guanti di pelle nera, coltelli e rasoi in primo piano, persino una bottiglia di JB. Onetti riprende da Argento anche la mania del dettaglio (l’occhio innanzitutto), qui amplificato: una peculiarità del suo film è quella di non mostrare quasi mai i volti interi, sostituiti quasi sempre dai vari dettagli come occhi e bocca.
Una scelta originale e azzeccata, che produce un senso di angoscia e claustrofobia, come se lo spettatore fosse privato della consueta visione e costretto invece a vedere la realtà diegetica solo a pezzetti. Ma non è l’unica peculiarità di Sonno profondo, autentica rivisitazione autoriale e artistica di un genere.

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Per esempio, è concesso pochissimo spazio ai dialoghi, è un film quasi “muto” in cui le rare parole pronunciate sono più che altro monologhi, mentre la componente sonora è formata soprattutto dalle musiche, protagoniste indispensabili del film. Sempre in omaggio al buon “vecchio” thriller italiano, moltissime inquadrature sono in soggettiva, del killer o del persecutore, spesso realizzate con lunghi piani-sequenza e montaggio alternato, a testimonianza di una solida tecnica di regia.
Onetti è un autentico filmmaker, che con un budget ristretto fa di necessità virtù, rivestendo il ruolo non solo di regista ma anche di soggettista, sceneggiatore, direttore della fotografia, montatore, compositore della colonna sonora e attore. Raffinate e suggestive le location esterne – il parco, il cimitero, le strade grigie, l’esterno dell’ospedale – e la ricostruzione degli interni in cui si muovono i due misteriosi personaggi: il killer in guanti neri, con le inquietanti bambole, i disegni della sua infanzia raffiguranti un delitto e una collezione di coltelli; il persecutore con guanti di lattice bianchi e armato di bisturi, in una casa altrettanto inquietante decorata con oggetti antichi e ricordi come la fotografia dei due bambini.

Sonno profondo è sì un thriller con un da risolvere e una buona dose di suspense, ma al contempo non si limita alla semplice mimesis per andare oltre: se l’inizio può far pensare a un giallo dalla trama classica e lineare, in seguito il film si evolve invece in un’altra direzione che – pur mantenendosi nei canoni del genere – concede spazio a momenti di surrealismo e di introspezione psicologica, avvolgendo lo spettatore in un universo psichedelico di immagini e suoni.
La storia è condotta attraverso la visione del protagonista, e la risoluzione dell’enigma – senza voler svelare troppo – risiede nel “sonno profondo” del titolo. Tutti i pezzi del mosaico che sono stati disseminati lungo il film, spesso accostati in maniera volutamente irrazionale, si ricompongono nella conclusione che, se vogliamo, riprende un po’ il modello di film come Allucinazione perversa o Shadow: tutto quanto vediamo è il flusso dell’inconscio, e come spiega il regista “Il film è una sorta di sogno. Perché il sonno profondo è uno stato di coma in cui realtà e sogno si confondono”.
Da antologia le coreografie degli omicidi, degne dei migliori thriller. Dall’omicidio iniziale della modella, con la lama dell’assassino che si avvicina sempre più alla sua bocca, all’ingegnosa trappola in ospedale; dal flashback sulla ragazza sgozzata fino al delitto in soggettiva all’interno del parco, che ricorda vagamente quello di Quattro mosche di velluto grigio.
In Sonno profondo, Onetti instaura una specie di “gioco” con lo spettatore, inserendo inquadrature che omaggiano esplicitamente vari film di Dario Argento: oltre al suddetto omicidio, vediamo il bambino con la lama, il relativo disegno e l’inquadratura dei suoi piedi (Profondo rosso), la mano guantata che sfoglia le fotografie (L’uccello dalle piume di cristallo) oppure un libro (Tenebre), e le lame distese su un panno rosso (elemento presente in vari thriller argentiani).
Infine, a testimonianza del profondo affetto che lega Onetti al giallo italiano, vanno segnalate due curiosità: il film è stato scritto e girato nella nostra lingua, e – pur essendo girato in Argentina – l’ambientazione intradiegetica (cioè fittizia) è Locri, un paese in provincia di Reggio Calabria, che viene sublimato in un’astrazione tipica del genere.

La colonna sonora
La colonna sonora riveste un’importanza fondamentale in Sonno profondo, a tal punto che senza questa musica non sarebbe lo stesso film. D’altra parte, tutta la corrente artistica del neo-giallo punta molto sulla sinestesia tra immagini e suoni, affidandosi spesso ad autori sperimentali. Luciano Onetti, da vero filmmaker, compone e dirige lui stesso le musiche del film, ipnotiche e coinvolgenti, che ripropongono con un gusto più contemporaneo le sonorità dei thriller italiani anni Settanta. Troviamo spesso ritmi frenetici e psichedelici, le note si muovono con un andamento cadenzato un po’ in stile Profondo rosso; in certi momenti, la melodia assume un respiro più ampio (per esempio sui titoli di testa e durante il primo omicidio), mantenendo però sempre le percussioni e le sferzate elettroniche che caratterizzano quasi tutta la colonna sonora; notevoli anche i ricorrenti rumori di sottofondo stridenti e volutamente dissonanti.
In due sequenze, quasi a voler contrastare l’universo sonoro predominante, Onetti inserisce l’aria lirica Una furtiva lagrima (tratta da L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti) che con il suo tono maestoso e nostalgico contrappunta in maniera efficace la preparazione dei bisturi e la scena finale.

Recensione: lascatoladelleidee.it

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