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Shadow

STILL THE WATER [SubITA] 🇯🇵

Titolo originale: Futatsume no mado
Nazionalità: Francia, Giappone, Spagna
Anno: 2014
Genere: Drammatico
Durata: 121 min.
Regia:

L’
Sull’ di Amami gli abitanti vivono in armonia con la , pensano che gli dei abitino ogni albero, ogni pietra o piante. Una sera d’estate il giovane Kaito scopre di un annegato in mare, e la sua amica Kyoko la aiuta a indagare questo mistero. Insieme i due ragazzi apprendono il divenire e scoprono il ciclo della vita, dell’amore e della morte…

Amami Ōshima come la giungla thailandese o come Nara, le feste tipiche dei ryukyuani come la festa di Jizo. Nel corso degli anni il cinema di ha lavorato con coerenza e ferrea volontà sulla ricerca di un punto di contatto naturale e mai artefatto tra l’invenzione narrativa e la registrazione di culti, riti e abitudini popolari del popolo giapponese (e non solo, se si pensa alla processione che rappresenta il nucleo di un’opera come Nanayo); un vero e proprio approccio antropologico, che sotto lo sguardo della Kawase si fonde in armonia con l’introspezione autobiografica che da sempre ne caratterizza i film.
Non è da meno, ça va sans dire, Still the Water (titolo internazionale scelto per sostituire l’originale Futatsume no mado, traducibile letteralmente con “Le due finestre”), settimo lungometraggio della Kawase e quarto a concorrere per la Palma d’Oro, il riconoscimento che a detta della regista rappresenterebbe il punto di arrivo definitivo del suo cinema.

Facezie da competizione a parte, l’impressione è che Still the Water rappresenti realmente la summa artistica della quarantacinquenne regista nativa di Nara: fin dalle prime sequenze è possibile rendersi conto di come la storia del giovane Kaito che assiste all’annegamento di un racchiuda al suo interno tutte le ossessioni, i corto circuiti e i motivi ricorrenti che contribuiscono a formare l’immaginario poetico della Kawase. Una volta in più Still the Water è un coming-of-age, romanzo di e messa in scena dell’adolescenza, un fermo immagine sull’elaborazione del lutto, una riflessione mai banale sul rapporto genitori/figli e sul conflitto generazionale, il tutto inscenato in un universo distante dalle luci e dai rumori tonitruanti della metropoli – eccezion fatta per un breve frammento ambientato a Tokyo, e nel quale la Kawase riesce comunque a tratteggiare un atto d’amore nei confronti della megalopoli –, paradiso terrestre nel quale l’ e la hanno ancora tempo di confrontarsi, comprendersi e compenetrarsi l’uno nell’altra.
Non è certo un caso che la scelta della location sia caduta su Amami Ōshima, all’estremo sud del Giappone, tra Kyushu e Okinawa, che rappresenta una delle molte minoranze culturali della terra di Yamato di cui troppo spesso si ignora l’esistenza: è qui, tra le onde tumultuose dell’oceano, la foresta tropicale e le poche case di un villaggio che vivono i sedicenni Kaito e Kyoko. Il primo, nato a Tokyo e trasferitosi sull’ insieme alla madre solo in seguito al divorzio dei genitori, è schivo, umbratile, e nasconde un segreto: ha assistito all’annegamento di un uomo. La seconda ha la madre minata da un male incurabile ed è innamorata proprio di Kaito.

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Chiunque abbia dimestichezza con il cinema di può intuire quanto sarebbe ingiusto, per non dire completamente folle, pensare di “raccontare” la trama di Still the Water, esercizio di per sé privo di particolare interesse ma che finisce con il risultare parossistico di fronte a un’opera simile. Still the Water, come già Suzaku, Otaru, Shara, Mogari no mori, Nanayo e Hanezu, è un oggetto all’apparenza fragile e inclassificabile, che vive di sensazioni, sguardi, umori, tranche de vie individuali e collettivi.
Kaito e Kyoko vengono seguiti ma mai pedinati, perché la camera della Kawase non sente mai la pulsione a “spiare”, non esiste desiderio puramente scopico da soddisfare: sarebbe in tal senso grave interpretare male la macellazione della capra, per esempio – immagine su cui si apre il film e che torna in una delle sequenze più toccanti –, o non comprendere il valore della raffigurazione materiale del rapporto sessuale tra i due ragazzi.

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Non si tratta di soddisfare il voyeurismo esasperato del pubblico, né c’è alcun intento di scioccare lo spettatore più naïf: è solo la registrazione dell’evolversi naturale dell’esistenza, la limpida messa in scena della vita, delle sue zone d’ombra e delle sue continue, infinite rivoluzioni. Ecco dunque che Still the Water si anima di corse in bicicletta lungo strade desolate, falò sulla spiaggia con anziani pescatori, una danza magica attorno al letto di una moribonda, canzoni suonate sullo shamisen, e un tuffo nelle profondità dell’oceano per perdersi una volta per tutte, e dunque ritrovarsi. Che riesca o meno ad aggiudicarsi la Palma d’oro Still the Water rimane il capolavoro di Naomi Kawase, la sua opera più lirica, coraggiosa e teneramente dolente. Cinema che vive ancora per e con l’Immagine, per fortuna.

Recensione: quinlan.it

 

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