//SYNDROMES AND A CENTURY [SubITA]

SYNDROMES AND A CENTURY [SubITA]

 

Titolo originale: Sang sattawat
Nazionalità: Tailandia
Anno: 2006
Genere: Drammatico, Visionario
Durata: 105 min.
Regia:

 

Syndromes and a Century si (ri)costruisce con la stessa ambiguità dei sogni e dei ricordi, e mai come in questo caso la ragione può indurre in errore. Del resto il cinema di ha il pregio/difetto di essere parecchio fuori dagli schemi e squisitamente soggettivo: forse più di qualunque altro autore richiede non solo immersione ma anche dedizione, la partecipazione attiva dello spettatore, il quale contribuisce a costruire il significato del film portando un pezzo di sé e lasciandolo attecchire nel flusso di immagini. In questo senso Syndromes and a Century si presenta come l’opera metacinematografica per eccellenza del thailandese, inizialmente concepita per raccontare le memorie familiari del regista, e poi divenuta meditazione sul potere curativo della settima arte.

Lo spettatore incauto o poco avvezzo allo stile di Weerasethakul si troverà ben presto a chiedersi quale sia il filo della narrazione. La prima metà del film è ambientata in un in piena campagna: i personaggi si susseguono senza una logica, le scene si concludono senza una risoluzione. Tutto però è permeato da una serenità onirica; la è onnipresente come la musica; si parla con leggerezza di reincarnazione, di passioni, affetti e, perché no, superstizioni. La regia si sofferma sulle scene e a volte lascia i personaggi fuori campo per privilegiare gli elementi naturali: un grande albero mosso dal vento, un campo verdeggiante, un’eclissi di sole. Cosa vuole dirci di preciso il regista? Ancora non si sa, ma personalmente ho avuto la vaga impressione che questo film mi stesse fissando.

Proprio quando le perplessità iniziano a insinuarsi, un brusco shift temporale ci catapulta qualche decennio più tardi (un secolo?), senza preavviso né spiegazione. Stesso , stessi personaggi e più o meno stesse scene, ma inquadrature diverse e ambientazione antitetica: siamo in una città moderna, tecnologica, lucida, asettica. Le persone forse hanno gli stessi problemi, provano gli stessi sentimenti e non hanno perso del tutto il senso dell’umorismo, ma il modo di rapportarsi è cambiato, soprattutto le malattie sono cambiate e lo spirito del tempo con esse: il traffico ha sostituito il canto dei grilli, la musica sembra non essere più importante, i dentisti non conversano più amabilmente coi pazienti durante l’igiene, gli infermieri si muovono in gruppi compatti come soldatini, le persone sono avvelenate dal monossido di carbonio, i mutilati possono consolarsi con le protesi, e via dicendo.

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A un’analisi superficiale, per non dire ovvia, si potrebbe pensare a Syndromes and a Century come un film ecologista. Le due metà contrastano, è vero: e spiritualità da una parte, la fredda modernità dall’altra. Non fa una piega, ma proprio quando finalmente pensiamo di aver dato uno straccio di senso a questo film finora noioso e addirittura banale, sopraggiunge una scena chiave che ancora adesso mi dà i brividi. Una simpatica signorotta porge le mani su un ragazzo malato e cerca di guarirlo col chakra. Nel frattempo la cinepresa si allontana piano, e una donna ci fissa immobile con lo sguardo dritto in camera. Che cosa sta succedendo?

Quella che prima era solo una vaga impressione ora diviene certezza: sì, questo film sta guardando proprio te, spettatore. Ed è chiaro che l’intento dell’autore è quello di rivivere il ricordo della prima parte, con la sua purezza idilliaca; farcela desiderare come se appartenesse al nostro passato, magari di un’altra vita, ma pur sempre intimamente e inspiegabilmente nostro. Questa non è una parabola ecologista, ma un percorso di rinascita, perciò spetta a te accettare il potere curativo del cinema-illusione, oppure rifiutarlo con cinismo, come quel ragazzo avvelenato che se ne va sbuffando.

Poco prima del finale, un tubo nero e minaccioso, una sorta di eclissi artificiale, si affaccia sullo schermo (ancora una volta, il nostro sguardo ci viene restituito) e risucchia ogni cosa. Vuoto, ripristino. Battito cardiaco. Infine assistiamo a una scena bizzarra e gioiosa che, sempre nell’ottica contestuale dell’opera, ha tutta l’aria di una celebrazione: un folto gruppo di persone si ritrova al parco e… balla! Proprio così, ballano tutti a ritmo di musica, e penso che non ci sia modo migliore per ricominciare una nuova vita.

Recensione: debaser.it

 

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