//TEKKONKINKREET [SubITA]

TEKKONKINKREET [SubITA]

 

Titolo originale: Tekkon kinkuriito?
Nazionalità: Giappone
Anno: 2006
Genere: Animazione, Fantastico
Durata: 111 min.
Regia:

 

Tekkonkinkreet è un tripudio visivo, a partire dalle splendide animazioni curate dallo Studio 4°C. Avventura, azione, sperimentazione, iper-violenza e dei fondali abbacinanti, ipnotici. La storia di un legame fraterno che tenta di andare oltre la violenza dell’uomo; uno specchio disilluso sul disfacimento dell’umanità e della sua morale; l’analisi delle dinamiche profonde e stratificate che si creano in un microcosmo. Imprescindibile.

Treasure Town
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Presentato alla decima edizione del Future Film Festival e passato direttamente al mercato home video, Tekkonkinkreet – Soli contro tutti rappresenta uno dei più alti risultati in ambito animato degli ultimi anni, complici alcuni fattori determinanti che andremo ad analizzare. Il valore più immediato del film è rappresentato dalle splendide animazioni curate dallo Studio 4°C, quello trasversale, invece, è da rintracciare nel nome del regista: , americano trasferitosi ormai definitivamente in Giappone. Questo non è elemento da sottovalutare perché dona all’opera un taglio esterno inedito per un progetto di questo genere.

A memoria, tra gli altri prodotti che vedevano una commistione di volontà artistiche di differente nazionalità c’è Animatrix, in cui l’apporto statunitense non si è limitato a quello economico ma ha inciso anche nella materia narrativa. Eppure, pur raggiungendo notevoli risultati, Animatrix sembrava un lavoro tipicamente nipponico, una rielaborazione e un approfondimento dei temi proposti dai fratelli Wachowski nella loro trilogia. In Tekkonkinkreet l’ibridazione è più marcata e il risultato finale è sorprendente. Pensiamo ai fondali, così ricchi di particolari, così colorati da ricordare certe tavole del maestro Moebius. Pensiamo al character design, dove le forme perdono lo statuto solitamente proposto dagli anime giapponesi per divenire più stilizzate, vera e propria sperimentazione dei corpi. La regia si permette persino di sperimentare, non solo a livello fotografico, di mdm, soprattutto per l’uso che fa dei suddetti fondali, che subiscono metamorfosi e inclinazioni funzionali alla stessa messa in scena. Per non parlare del lungo “trip” finale, in cui l’immagine diviene sperimentazione allo stato puro, la visione lo strumento per sfiorare universalità altrimenti sfuggenti. La conclusione del film, associabile a quella kubrickiana di 2001: Odissea nello spazio (1968) o, per restare in ambito animato, a quella di Akira (Katsuhiro Ōtomo, 1988), o ancora a quella sorprendente di Blueberry (Jan Kounen, 2004), è arte fatta cinema. L’immagine subisce la fascinazione di tutta la potenzialità insita nell’arte animata e in quel momento, più che in altri, Arias sembra aver colto tutto il senso del fare cinema e animazione al tempo stesso.

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Certo, Tekkonkinkreet non è solo questo: è la storia di un legame fraterno che tenta di andare oltre la violenza dell’uomo, è uno specchio disilluso sul disfacimento dell’umanità e della sua morale, è l’analisi delle dinamiche profonde e stratificate che si creano in un microcosmo. La violenza che attraversa senza riserve il film è un colpo allo stomaco per coloro che, ancora oggi, preferiscono pensare l’animazione come un prodotto sostanzialmente differente dal cinema dal vero. Una pellicola di incredibile spessore e impatto visivo, da recuperare assolutamente in dvd (ci si chiede, invano, il perché di una sua mancata distribuzione in sala).

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quinlan.it

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