//TEOREMA 🇮🇹

TEOREMA 🇮🇹

 

Titolo originale: Teorema
Paese di produzione: Italia
Anno: 1968
Durata: 98 min.
Genere: Drammatico
Regia:

Neorealista impeccabile, ineccepibile e imprescindibile, autentico fotografo della miseria coatta del dopoguerra, reporter-romanziere crudo e sfacciato, forgiatore di kolossal patrimonio inenarrabile della storia del cinema e iniziatore di quel genere decamerotico che tanto spopolò nei Settanta – con l’inevitabile inflazionamento del significato narrativo e dei costumi, Pasolini ha inserito nel suo vasto curriculum produttivo un binomio letterario-cinematografico straordinario e unico nel suo genere. L’oggetto, anzi gli oggetti in questione prendono il nome di Teorema, suddiviso con eccelsa dovizia nella variante romanzo e nella variante film. 

Teorema è probabilmente il progetto più ambizioso della sua vita, addirittura più ardito della Trilogia della Vita decamerotica e del lugubre calar delle tenebre di Salò, più che altro per il ricchissimo significato psico-analitico di fondo che per la trama e per le eventuali (ed effettivamente sussistenti) particolarità controverse e/o scandalose e scabrose. Mai Pasolini si era addentrato (e si sarebbe spinto) nel complesso mondo dell’analisi socio-psicologica dal punto di vista della paranoia, dell’esistenzialismo e della spiritualità moltiplicati ai massimi termini e tale miscuglio di sacro, profano, psicologico, psichico, surreale e sociale non ha purtroppo trovato un correlato seguito nell’epopea artistico-produttiva dell’artista. Giusto per citare capolavori indiscutibili come il Decameron o Il Fiore delle Mille e Una Notte, Pasolini non riesce nel sue ultime pellicole a elevare in eguale analogia la mistura fra empirismo/concretezza/carnalità e spiritualità/morale/ascetismo/etica, lasciando che in tale commistione le due componenti cozzino volontariamente fra di loro.

Teorema potrebbe contrario assurgere a somma perfetta, a circolo compiuto di tutto il cammino filosofico, sociale, spirituale, materiale e poetico intrapreso da Pasolini, passando per la politica, la concezione di male radicale, la critica alla sua contemporaneità e al reietto sistema ivi impostatosi. Prima di analizzare il film è forse bene concentrarsi sul volume omonimo, un autentico prodotto di letteratura avanguardista e anticonformista: in un calderone dove prosa, e velata teatralità si uniscono in un romanzo “sviato”, la trama vede, a mo’ di sceneggiatura, una borghese di Milano con tipico padre industriale, madre casta e angelo del focolare, due figli educati nei migliori istituti meneghini e la fedele serva; tale quadretto inizia a frantumarsi con l’arrivo di un misterioso ospite, privo d’identità, che poco per volta mette seriamente in discussione la rigida e ipocrita tranquillità borghese del nucleo sociale, i cui membri – apparentemente conformi alla dottrina del loro status – maturano dentro se stessi rancori, disturbi, conflitti, impulsi, appetiti e passioni malandrinamente soffocate e celate. Dopo un periodo di tempo in cui viene disvelata la vera natura dei personaggi, l’ospite se ne va. Lo è tale da frantumare non solo gli equilibri etici, morali e umorali della borghese, ma persino da frantumare psicologicamente i vari membri e operando in loro una finta nemesi di quella che pareva essere la vera natura (e che in realtà non era altro che uno squallido insieme di formalità caricaturali): la figlia minore cade nella schizofrenia, il figlio maggiore – omosessuale represso – si trasforma in un pittore irrequieto, disturbato e disequilibrato, la verginea madre libera istintivamente i propri istinti sessuali concedendosi alla gioventù frivola e libertina della metropoli, la serva fugge in campagna e compie la metamorfosi in “santona” mentre il capofamiglia si denuda alla Stazione Centrale smarrendosi infine nel deserto.

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La trasposizione filmica di Teorema rispecchia in ogni minimo particolare il contenuto del romanzo ed anzi ne rappresenta la coronazione artistico-visiva per eccellenza, causa anche un cast di attori di prim’ordine, fra cui la splendida e divina Silvana Mangano. Con il solito stile a metà fra lo sporco e l’enigmatico, fra il grezzo della materia percettiva e lo spirituale dell’intangibile, Pasolini trasforma il progetto letterario più ambizioso della sua carriera in un capolavoro da archivio speciale: i personaggi sono ben distinti, la sinusoide umorale in continua e corretta evoluzione, l’ambientazione adeguata, le espressioni ineccepibili e l’aura di mistero e oscurità mantenuta e perlopiù potenziata. La pellicola, anzi, compie egregiamente la trasmutazione del trittico -prosa-tetralità del romanzo nell’univoca arte visiva del film: dialoghi, atti e umori del personaggi, coniugati nel volume secondo diversi stili – non solo retorici, trovano il meglio compimento nel dinamismo e nella mutevolezza dei protagonisti. Fra questi, l’ospite e la serva, che più degli altri sono intrisi di “divinità” (il primo va identificato come una sorta di Dio castigatore della borghesia, di Demiurgo di una nuova parabola sociale contraria all’ipocrisia e ai finti moralismi della classe media, la seconda, pur nella propria mediocrità sociale, è in grado di elevarsi- persino “lievitando” in cielo – a rappresentante trascendentale dei ceti meno abbienti), forniscono al lungometraggio una valenza creativa non confutabile, abile nel trasferire in scene, addirittura “atti”, la moltitudine letteraria del testo.

Capolavori indiscussi nei rispettivi generi, i Teorema scrivono un’ampia pagina di letteratura complessa che riesce ad evolversi – rapidamente e indolore – nella migliore delle ipotesi filmiche, frutto di un compromesso cineasta-scrittore-eccetera che solo una mente come Pasolini poteva raggiungere e consolidare.

Recensione: debaser.it

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