//TETSUO: THE BULLET MAN [SubITA]

TETSUO: THE BULLET MAN [SubITA]

 

Titolo originale: Tetsuo: The Bullet Man
Nazionalità: Giappone
Anno: 2009
Genere: Azione, fantascienza, Horror
Durata: 79 min.
Regia:

 

Con Tetsuo: The Bullet Man arriva a conclusione la trilogia che ha dedicato all’uomo/macchina. In Concorso a Venezia 2009.

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Anthony è un ordinario uomo d’affari americano che vive a Tokyo, senza sapere che la sua felice vita con la moglie Yuriko e il figlio di tre anni Tom finirà improvvisamente. Un giorno, inaspettatamente Tom viene ucciso da un uomo misterioso. “Perché mio figlio doveva morire in quel modo?” La disperazione lo spinge a cercare la ragione. Scopre che Ride (il padre di Anthony), lavorava per le forze militari americane come anatomista ed era coinvolto in un esperimento segreto. Pian piano comincia a scoprire la verità nascosta nel passato della sua famiglia e nel suo corpo. [sinossi]

Vent’anni: questo il lasso di intercorso tra la prima proiezione europea di Tetsuo e l’approdo in concorso, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di Tetsuo: The Bullet Man. Vent’anni in cui è successo praticamente di tutto: , nel 1989 perfetto sconosciuto (nessuno aveva avuto in sorte l’occasione di visionare The Phantom of Regular Size, visionario cortometraggio in cui Tsukamoto sperimentava molte delle tecniche che avrebbe affinato nel corso degli anni), ha visto crescere anno dopo anno la sua fama a livello mondiale, grazie anche a un pugno di opere – Bullet Ballet, Tokyo Fist, Gemini, A Snake of June – che di fatto hanno dato un contributo non indifferente nello sconvolgere la prassi cinematografica consolidata.

A dimostrazione palese di quanto si è appena affermato, basterà notare come il primo Tetsuo (tra le visioni più sconvolgenti degli ultimi decenni) fosse passato, tra gli osanna del pubblico, al Fantafestival di Roma, mentre – come già detto – per il terzo episodio dedicato all’uomo di ferro si è trovato un posto nel Concorso Ufficiale della 66.esima Mostra del Cinema, a fianco di titoli del calibro di Life During Wartime di Todd Solondz e dei due film firmati da Werner Herzog (Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans e My Son, My Son, What Have Ye Done?), per citare solo le opere passate al Lido fino a questo momento. Un percorso laterale, quello compiuto nel corso degli anni da Tsukamoto alla Mostra, aggirandosi per sezioni collaterali più o meno importanti in attesa che qualcuno avesse il coraggio di promuoverlo nella competizione per il Leone d’Oro; coraggio spettato, e non c’è da stupirsi, a Marco Müller. Inutile dire come Tetsuo: The Bullet Man fosse uno dei titoli più attesi dell’anno, per una lunga serie di motivi.

Si è già scritto dello status di cult acquisito dalla saga nel corso degli anni – a Tetsuo e Tetsuo II: the Body Hammer è giusto aggiungere, per tematica e utilizzo della macchina da presa, anche il mediometraggio Le avventure del ragazzo del palo elettrico, diretto nel 1987 – che ha di fatto elevato Tsukamoto a vero e proprio maestro del cyberpunk, ma non è certo tutto qui: nel corso dei decenni la poetica di Tsukamoto non ha subito smentite, ma ha comunque vissuto una palingenesi continua, a volte quasi inavvertibile ma mai destinata all’accomodamento. Mantenendo focalizzata l’attenzione sul corpo umano, punto di partenza – e di arrivo – dell’intero percorso cinematografico dell’autore nipponico, la sua filmografia si è modificata di volta in volta; attraversata la fase cyberpunk Tsukamoto ha spaziato in lungo e in largo, senza mai abbandonare l’eversione visionaria che ne contraddistingue l’approccio alla materia – e che è avvertibile anche in opere maggiormente raggelate e “statiche”, vedere per credere Vital e, soprattutto, Gemini – ma evitando anche di fossilizzarsi. Laddove una buona parte della critica lesse Tetsuo come un semplice gioco orrorifico, elemento disturbante di un processo ludico, disperdendo per strada le allucinate intuizioni sociali e l’attacco all’arma bianca portato da Tsukamoto contro la prassi, l’ovvietà, il normale, con il passare del il suo cinema ha avuto modo di dimostrare anche ai più ottusi il suo reale scopo; la messa in scena dell’umanità e delle sue infinite contraddizioni. L’incapacità dello stare al mondo, la materiale impossibilità a sentirsi parte dell’universo che li circonda, è questo a rendere i protagonisti delle pellicole di Tsukamoto veri e propri simboli di un umanesimo magari imbastardito ma sincero e accorato. Prima ancora che stupefacenti o spaventosi, i film di Tsukamoto sono profondamente dolorosi, e sarebbe ora di rendersene conto.

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Anche Tetsuo: The Bullet Man nasconde al suo interno (neanche troppo in profondità) un lacerante grido di dolore. Nel portare a termine la trilogia, Tsukamoto sceglie di lavorare ancora una volta sui punti cardine che emergevano dai primi due capitoli: l’ira, il rapporto affettivo, la perdita sono gli snodi chiave attorno ai quali torna a muoversi la vicenda – a dire il vero non troppo originale, aspetto che ci ha sorpreso in negativo, una volta tanto – che sembra rifarsi in particolar modo a Tetsuo II. A voler essere ulteriormente precisi, quest’ultimo parto creativo del quarantanovenne cineasta nipponico che come d’abitudine cura personalmente gli aspetti tecnici del film (fotografia, montaggio, scenografia, effetti speciali) in una rilettura moderna del mito dell’uomo rinascimentale, è l’ennesima riflessione sull’elaborazione del lutto: elemento questo già riscontrabile tanto in Bullet Ballet quanto in Gemini, passando per Vital e i due Nightmare Detective, senza per questo dimenticare la divertente digressione horror di Hiruko the Goblin. Da un punto di vista strettamente visivo, pur riappropriandosi delle proprie origini (anche per esigenze di compattezza all’interno della trilogia, probabilmente) Tsukamoto sembra trattenere la propria furia iconoclasta, riducendola ad alcuni momenti chiave – l’incipit, senza dubbio folgorante, e il combattimento finale – e di fatto facendola assorbire da un processo narrativo più lineare, per quanto questo termine possa acquistare senso in un’operazione simile.

Nel concludere la trilogia, Tsukamoto abbandona la macchina e torna all’uomo: per quanto vi sia una logica incrollabile in questo, è indubbio che Tetsuo: The Bullet Man risulti a conti fatti il film meno convincente della trilogia, più allineato che realmente ispirato.
Cionondimeno l’apparato estetico di Tsukamoto continua a rimanere talmente fuori dagli schemi, alieno a qualsiasi panorama circostante, che ogni tassello aggiunto alla sua poetica acquista un’importanza capitale. E lo Tsukamoto attore che finisce per scomparire nella creatura che ha concorso a formare è una dimostrazione di teoria della regia così spudorata, e al contempo nascosta, da lasciare ancora una volta sbalorditi…

Recensione: quinlan.it

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