//THE ARTIST [SubITA]

THE ARTIST [SubITA]

 

Titolo originale: The Artist
Nazionalità: Francia
Anno: 2011
Genere: Commedia, Drammatico, Sentimentale
Durata: 100 min.
Regia:

 

Con The Artist firma un omaggio al muto attraverso una storia d’ prevedibile, ma allo stesso tempo in grado di rapire lo sguardo dello spettatore per irretirlo.

Silenzio, si gira!
Hollywood, 1927. George Valentin è un divo del muto a cui tutto sembra sorridere. L’arrivo del sonoro però lo costringe rapidamente all’oblio. Al contrario Peppy Miller, una giovane figurante, viene lanciata nel firmamento delle stelle. 

È un nome praticamente sconosciuto in Italia quello del quarantaquattrenne , regista del sorprendente L’Artiste/The Artist, selezionato all’interno del concorso della sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes: nulla di nuovo, verrebbe da dire, vista e considerata la pigrizia culturale che attanaglia il nostro paese, ma il dato si fa quantomeno sconcertante se si pensa al fatto che il francese ha sempre trovato una discreta cassa di risonanza anche al di qua delle Alpi. Quali siano le motivazioni che abbiano spinto i distributori nazionali a non prestare mai la benché minima attenzione al di Hazanavicius, fatto sta che alla luce di The Artist l’augurio è quello che vi sia modo di riparare da qui a breve tempo: formatosi nella televisione francese della fine degli anni Ottanta, Hazanavicius ha trovato la definitiva consacrazione di critica e pubblico tra la metà del decennio successivo e i primi anni del nuovo millennio, firmando tra l’altro la commedia ammazza-classifica OSS 117: Le Caire, nid d’espions (2006), divertita presa in giro dei film di spionaggio con protagonista James Bond. Il gioco con la storia stessa del ritorna e si moltiplica proprio in questo The Artist, omaggio di Hazanavicius all’Hollywood del muto e allo stesso tempo divertita riflessione sull’evoluzione dello Studio System, sul traumatico e rivoluzionario passaggio dal muto al sonoro, e via discorrendo.

Da quando nel 1927 The Jazz Singer di Alan Crosland si aprì con la celeberrima battuta “Aspettate un momento, aspettate un momento, non avete ancora sentito niente”, primo vagito di un’arte che avrebbe fatto della parola una delle sue armi più affilate, ci sono stati non pochi registi pronti a sperimentare l’arte del muto: dal gramelot di Jacques Tati all’insubordinata anarchia demenziale di Silent Movie di Mel Brooks, fino ad arrivare alla cupa filologia tragica di Aki Kaurismäki e del suo Juha e all’incursione nella ante-litteram del Dr. Plonk di Rolf de Heer, la storia del cinema ha sempre trovato spazio per omaggi (spesso riusciti) alla preistoria della Settima Arte. Rientra in questa categoria anche il film di Hazanavicius, accolto con un convinto e prolungato applauso al termine della proiezione stampa ma già dopo poche ore ridimensionato da buona parte della critica: un vero peccato, perché in realtà l’impressione è quella di trovarsi di fronte a un’opera non solo divertente e innaffiata da una genialità qua e là davvero deflagrante (si veda la sequenza della scoperta del rumore che possono produrre gli oggetti o il gioco nel pre-finale sull’onomatopea bang!), ma anche in grado di lanciare uno sguardo delicato e sincero verso l’evoluzione del sistema produttivo hollywoodiano. In una Hollywood che si chiama ancora Hollywoodland – la celeberrima scritta che capeggia sulla collina perse il “land” nel 1949 – prende corpo la vicenda umana di George Valentin, una sorta di Douglas Fairbanks che domina i box office nazionali con film di spionaggio come Georgia Affair, film d’azione, love story esotiche e storia di cappa e spada: il suo successo sembra impossibile da scalfire, ma la vedette non sa che sta per essere pugnalato alla schiena dal cinema stesso.

Infatti, per niente affascinato dall’avvento del sonoro, viene presto relegato in un angolo, reliquia del passato da ricordare con simpatia ma alla quale non donare alcun credito per il presente. Solo una giovane lanciata sulla cresta dell’onda proprio dallo sviluppo della nuova tecnologia, da sempre innamorata di Valentin, decide di prendersene cura… Incastonato in una struttura immaginifica ricca, capace di maneggiare con cura e sicurezza non solo le timbriche bicrome dell’epoca ma anche lo stesso formato di visione, The Artist non è però solo una calligrafica riscoperta di un mondo estintosi più di ottant’anni fa, ma anche e soprattutto la messa in scena di una vicenda umana divertente e straziante al medesimo tempo. I trucchi, le citazioni, gli omaggi disseminati nel corso della pellicola sono solo il guscio entro il quale è adagiata una storia coinvolgente e appassionante, prevedibile nella sua conclusione ma allo stesso tempo in grado di rapire lo sguardo dello spettatore per irretirlo.

Impreziosito dalla presenza in scena di veri e propri mattatori come John Goodman (che torna a interpretare il ruolo di un produttore a quasi venti anni di distanza dallo splendido e sottostimato Matinée di Joe Dante), James Cromwell e Penelope Ann Miller, The Artist si regge completamente sulle spalle di una coppia di eccellenti attori come Jean Dujardin, presenza fissa del cinema di Hazanavicius, e Bérénice Bejom a sua già al lavoro con il regista al tempo di OSS 117: Le Caire, nid d’espions. Senza dimenticare ovviamente il piccolo cagnolino che si accompagna fedelmente a George Valentin, vero e proprio co-protagonista. Di fronte al rischio che The Artist rimanga incompreso viene da chiedersi come sia possibile rimanere freddi o inerti di fronte al balletto in puro stile Astair/Rogers che coinvolge i due protagonisti, o alla serie consecutiva di ciak che rappresenta anche un mirabile studio della seduzione. Mistero…

Recensione: quinlan.it

 

Spread the love

Related posts