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Shadow

THE ATROCITY EXHIBITION [SubITA] 🇺🇸

Titolo originale: The Atrocity Exhibition
Paese di produzione: USA
Anno: 2000
Durata: 105 min.
Genere: Drammatico, Horror, Sperimentale
Regia:

Non sono state diffuse molte informazioni sugli effetti psicologici dei viaggi spaziali … Armstrong, che probabilmente è il solo uomo per cui il ventesimo secolo verrà ricordato fra 50.000 anni, rifiuta ostinatamente di parlare del suo allunaggio (James Graham Ballard). James G. Ballard dichiarava come principale ispirazione per l’omonimo romanzo l’assassinio di J. F. Kennedy.

Ho sempre ritenuto che l’elemento morte, nella sua generalizzazione, ha due fattori contrastanti: il primo è il ricordo, che in alcuni casi può diventare anche documento, il secondo è il mito, sempre che non cada nella mitomania. La morte di John Kennedy, in qualche modo, può essere assonante a quest’ultima. Sempre e comunque, questi due presupposti influiscono sulla nostra o magari sulla sensibilità delle nostre percezioni, ma qualcuno non se ne rende conto (o finge tal comportamento) al punto da deteriorare sia il ricordo che il significato.

in The Atrocity Exhibition, affronta la condizione della “” nel suo stadio più sospeso e distorto. in un silenzio metafisico quasi sublime. Come se Travis, Talbot o Tallis (e le innumerevoli “T” che il discernimento ombroso del protagonista detta) sono calati nella profondità di un’immagine che perde la propria totalità e acquista un sapore distaccato, cosa già accaduto in seguito alle prime riproduzioni fotografiche delle visioni reali e totali del pianeta Terra, attraverso le missioni lunari.

Quando per la prima volta mi imbattei nella pellicola di Weiss, accadde che l’associazione più plausibile non fu quella di accostarla al romanzo di Ballard, anche se le attinenze sono ben evidenti, ma in particolar modo all’esperienza dell’Apollo 8. Credo fermamente che in tutta la dell’umanità, gli astronauti di quella missione, siano stati i primi in assoluto a vivere quello che si potrebbe definire come “sublime kantiano”. Inutile dire che non citeremo Kant, ma la Terra vista dall’orizzonte della Luna descrive appieno quel sublime matematico che il filosofo tedesco dichiarò nel XVIII secolo. Frank Borman, William Anders e Jim Lovell nel circumnavigare la Luna, nonostante la loro disciplina e il loro addestramento, sicuramente hanno provato quel sentimento tipico dell’inconoscibile.

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In The Atrocity Exhibition è come se Weiss avesse ripetuto mille volte lo scatto fotografico che Anders fece alla Terra dalla distanza Luna, rispettando quasi la stessa geometria inconscia dove il punctum è quel nulla rivelatore e formatore di cose, dove il protagonista del film, Travis, totalmente distaccato da una visione reale, attinge senza comprensione a quel buio cosmico per concludersi nell’annullamento dell’umano e rigenerarsi, poi, nella delle forme e delle equazioni matematiche. Karen Novotny tra le stanze è un modulo in continuo contrasto con le geometrie degli angoli, entra in simbiosi con le formule, diviene asettica quanto sensuale. La perfetta giuntura delle perversioni algebriche di Travis.

Come il nostro pianeta è bersagliato costantemente da segnali radio (un tempo), il cervello di Travis registra informazioni alterate prive di un normale sviluppo sequenziale, fino a progettare una personale terza guerra mondiale che si sviluppa nei meandri più profondi del suo inconscio , in una progettualità silenziosa e definitiva. Il sistema nervoso dei personaggi totalmente esteriorizzato, il rovesciamento tra mondi interni ed esterni, l’esaurimento dei futuri possibili (per questo liberi dal tempo) sono tutte tematiche ballardiane che Weiss fa trasparire nel suo lavoro, intensificandole nelle asetticità delle immagini e in quei momenti isolati e rallentati, sospesi tra le materie del sogno. La linea di demarcazione fra paesaggio interno e paesaggio esterno è crollata, diceva Burroughs: il corpo umano diventa paesaggio.

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The Atrocity Exhibition di Weiss, in qualche modo ci allontana dall’incontro in quanto differenza. Le materie non hanno più una riconoscibilità e il tutto viene filtrato dalle sole intenzioni mentali; le cose si avvolgono tra gli algoritmi divenendo alterabili e frammentarie; il racconto non presenta più un sistema di insiemi distinti e separati che fanno sequenzialità, ma un unico insieme dove possono confluire gli infiniti prospetti delle intenzione di Travis; il proprio intendimento e il processo di un calcolo temporale possono cadere inevitabilmente preda di un’amnesia in modo da ritrovarsi resettati nei momenti meno opportuni. Provate ad immaginare cosa potrebbe esistere nei pensieri del protagonista Travis/Talbert o semplicemente nei nostri … e se questo accadesse ad un astronauta al suo rientro sulla Terra?

Curiosità
Cliccando qui potete leggere l’intervista fatta a il quale racconta gli aneddoti che lo hanno spinto ad intraprendere la stesura del film.

throughtheblackhole.com

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