//THE BELLY OF AN ARCHITECT [SubITA]

THE BELLY OF AN ARCHITECT [SubITA]

 

Titolo originale: The Belly of an Architect
Nazionalità: UK
Anno: 1987
Genere: Drammatico
Durata: 119
Regia:

 

Architetto americano giunto a Roma per allestire un’esposizione dedicata all’architetto francese Étienne-Louis Boullée (1728-1799), Kracklite (Brian Dennehy), affascinato dall’ che lo circonda, si trova ad essere sempre più ossessionato dagli studi e dalle creazioni di Boullée, tanto da identificarsi con lui. In preda al delirio e a un presunto cancro al pancreas (causa della dell’artista settecentesco), dovrà anche fare i conti con l’adulterio della moglie (Chloe Webb), invaghitasi del giovane borghese Caspasian (Lambert Wilson).

Nel quarto lungometraggio di , nascita, creazione artistica e si ripetono ciclicamente, in un processo di imitazione fuori dal tempo. Un’opera sulla perfezione della forma (cupole, archi, colonne, statue), sulla geometria dell’architettura, sulla prospettiva, sull’armonia delle linee che dipingono il paesaggio, ma anche sulla , il possesso, l’umiliazione, l’autodistruzione. Il ventre malato di Kracklite, il ventre di sua moglie incinta e Roma, ventre dell’architettura occidentale, che divora e digerisce tutto, gli stili, le epoche, le persone, le ideologie: il regista gallese raggiunge un’alchimia rigorosa che non lascia spazio a eccessi o accumuli di informazioni, realizzando una pellicola dalla traiettoria inappuntabile. in movimento (rinascimento, barocco, neoclassico) che si nutre della familiarità di Greenaway nel ritrarre la carnalità del corpo nudo, vulnerabile e spogliato di sensualità. La cultura convive con gli istinti primitivi dell’aspetto animalesco dell’uomo, segnato da appetito sessuale e volgarità della parola. Un suggestivo nella bellezza incrinata dall’ossessione, concepito come un ritratto denso di rimandi e rime interne. La straordinaria fusione tra immagini e musica dà vita a una pellicola che è come un palco a teatro, e Roma è lo spettacolo. Eccezionale fotografia di Sacha Vierny, giocata su una tavolozza cromatica che esclude i toni del blu e del verde, secondo una codificazione basata sulla simbologia del colore nella pittura rinascimentale. Musiche di Wim Mertens, costumi di Maurizio Millenotti. Presentato in concorso al Festival di Cannes.

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Recensione: longtake.it

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