//THE BOTHERSOME MAN [SubITA]

THE BOTHERSOME MAN [SubITA]

 

Titolo originale: Den brysomme mannen
Nazionalità: Norvegia
Anno: 2006
Genere: Drammatico, Fantastico
Durata: 95 min.
Regia:

 

Un delizioso e intelligentissimo film (e, se ben letto, pure molto profondo) sulla strana storia di un uomo che arriva in una città in cui tutti sembrano felici, in cui tutti lo accontentano per ogni sua esigenza. Sì, ma niente ha sapore, nè la vita nè il . Dove siamo? Rece molto interpretativa, quindi consiglio come sempre di leggerla solo dopo aver visto il film per non essere condizionati nella vostra di interpretazione. In ogni caso spoiler molto grandi sono solo nelle righe finali.

Comincia con un bacio alla Attenberg questo strano film norvegese, tragicommedia surreale in perfetto bilico tra l’Andersson svedese del Piccione (del resto siamo sempre in Scandinavia) e il Dupieux di Wrong. Del primo riprende volti, corpi, int(f)erni, colori, persino le musiche, del secondo la struttura narrativa (seguiamo un solo personaggio), la surrealtà e la sensazione che dietro il tono (tragi)comico si nasconda qualcosa di molto più grande. Ma torniamo a quel bacio. Senza passione, sguaiato, esagerato. Se lo danno due persone che sembra che nemmeno lo stiano vivendo, con quegli sguardi persi in alto annoiati.

Quel bacio lo vede tra il depresso e il disgustato il nostro protagonista, Andreas. Siamo in una metropolitana. Quando arriva il treno Andreas si butta giù. Fine del film? suo inizio? o forse qualcosa di diverso? Fatto sta che Andreas era arrivato (o c’è arrivato dopo il …?) in un posto desolato, una stazione di servizio spersa in mezzo al deserto. Nulla più. Viene portato in città, per lui ci sarà una bella casa, un buon lavoro, tutto quello che vuole.
Sì, ma in questa città è tutto così strano… Potremmo definirlo un divertissement esistenzialista questo The Bothersome Man (L’Uomo Fastidioso), un piccolo film norvegese tutto sceneggiatura che ha la capacità di incuriosirti moltissimo all’inizio, stabilizzarsi un pò troppo in mezzo (rischiando ad un certo punto l’effetto noia) e diventare poi bellissimo alla fine. Gli attori sono ottimi, la scelta delle inquadrature mai troppo banale (io ho amato da morire quella in cui lui si rialza nel buio della galleria), le location varie e suggestive. Ma quello che conta è il soggetto. In questa città niente sembra avere sapore e colore. Il paradosso però è che tutti sono (sembrano) felici, tutti hanno tutto. Sì, ma per uno che arriva da fuori (da dove? perchè? sembra un pò il Castello kafkiano) la sensazione è diversa. La gente sembra non avere passioni, emozioni, slanci. Oppure non prendere mai posizione. O meglio, qualcosa c’è, si ride, si sorride, si fa sesso, si intuisce una sorta di affetto e tutto il resto ma la sensazione fortissima è che sia tutto dannatamente convenzionale, quasi teatrale. Quando infatti succede qualcosa di grosso (un suicida che si sbudella gettandosi dalla finestra) tutti sembrano vedere la scena indifferenti.

In questo mi ha ricordato Truman Show, dove tutti avevano una “parte” da recitare per far felice il protagonista. E in effetti anche qua succede la stessa cosa. Andreas non riceve un singolo “no” in tutto il film, ogni sua richiesta, che sia lavorativa, di casa o d’amore viene soddisfatta. Sì, o.k, viene soddisfatta ma così, per pro-forma, in maniera automatica, senza vita dentro. Poi però Andreas sente una musica, percepisce un odore, nota una luce. E tutto questo è dietro la piccola fessura di uno scantinato dove vive uno come lui, uno che viene da fuori, un altro che se ne sta in quella città “imprigionato” anch’esso in questa non vita così finta e insapore. Bisogna sapere che c’è dietro quel muro, per forza. Quando finalmente, dopo giorni e giorni di scavi (eppure sembrava così vicina…) si raggiunge l’obbiettivo cambierà tutto. E si resta solo con un meraviglioso pezzo di torta in mano e la sensazione di aver di là, in quella stanza, colori, e vita, e bambini che giocano (tra l’altro scena meravigliosa questa del braccio che esce dal buco). Secondo me ci sono tre possibili letture del film, una sociale, una trascendentale e una più umana ed emozionale. La prima ci suggerisce come in una società l’unico modo per vivere è adeguarsi a tutto e a tutti, alle convenzioni, alle leggi, al vivere comune. Tutti fanno finta di trovarsi in un posto bellissimo dove ogni cosa è perfetta, come la città del magnifico Lego Movie. E chi non si adegua, chi vuole andare “oltre”, chi ha l’ardire di pensare invece che limitarsi a vivere in quel mondo resta tagliato fuori.

Oppure The Bothersome Man potrebbe essere metafora della felicità umana, di una felicità che si può raggiungere soltanto se ci limitiamo a vivere una vita in binari predefiniti, imposti da altri. Se ci accontentiamo. In questa città l’aggettivo felice torna più volte, sembra base di tutto. Ma tutti sembrano automi. Ecco che quindi l’uomo “intelligente” può risultare, come da titolo, fastidioso, perchè uscendo dai canoni mina quella felicità così apparente e relativa che stanno vivendo gli altri. Del resto questa è una grande metafora, ho sempre pensato che più l’uomo pensa più sarà infelice. Ma, a differenza degli altri che non pensano, le cose belle, i sapori della vita li vivrà molto più intensamente. Terza ipotesi, quella che ha più elementi a suo suffragio, è che questo film sia la rappresentazione di un aldilà, specificatamente di una terra di mezzo, o purgatorio come si chiama di solito.
O limbo. L’arrivo nel deserto senza sapere come si è arrivati. L’impossibilità di andar via (quando prova a scappare la strada si interrompe). Il non riuscire a morire. L’atmosfera piatta, quella di una felicità senza vita sì, ma anche di un’infelicità piena di agi.
E, soprattutto, quella stanza coi bambini e quella torta, quell’Eden così difficile da raggiungere. E quel pezzo di torta diventa una mela, un frutto proibito. E il castigo un deserto ghiacciato.

Recensione: ilbuioinsala.blogspot.com

 

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