//THE COMPANY OF WOLVES

THE COMPANY OF WOLVES

 

Titolo originale: The company of wolwes
Nazionalità: UK
Anno: 1984
Genere: Fantastico, Horror
Durata: 95 min.
Regia:

 

Rosaleen, una graziosa adolescente inglese, rivive nei suoi notturni tutto quello che le succede nella vita trasformando però le persone in lupi feroci. Forse perché la nonna, che le raccontava fiabe bellissime, l’ha avvertita che bisogna diffidare degli uomini che sono più feroci dei lupi.

“Your only sister, all alone in the wood, and nobody there to save her. Poor little lamb.”
“Why couldn’t she save herself?”

Della raccolta di racconti da cui il film di Jordan è stato tratto ne abbiamo già discusso, quindi vi risparmio le ripetizioni del caso. Posso solo aggiungere che non era un’impresa semplice e scontata portarlo sullo schermo. Certo, la Carter scrisse un’ottima sceneggiatura, non tanto aderente al testo originale del racconto omonimo inserito ne La camera di sangue, quanto al radiodramma che ne era stato tratto nel 1980. Proviene da lì, infatti, la struttura a scatole cinesi del film, dove, nella storia principale, si incastrano altre micro-storie, narrate dai personaggi. Fu invece di Jordan l’idea di dare al film una cornice contemporanea e un chiaro andamento . Il sogno permetteva a Jordan di focalizzare la narrazione su desideri e paure provenienti dall’inconscio, nonché di estremizzare la struttura a scatole cinesi poco sopra menzionata: una storia, dentro a una storia, dentro a una storia. O un sogno, dentro un sogno, dentro un sogno.

E tuttavia, come tutti i film ad alto contenuto simbolico, In compagnia dei lupi è, prima di tutto, un’opera visiva, che da un lato rende omaggio allo stile tipico della Hammer (la foresta ricostruita in studio, l’uso del colore), dall’altro definisce lo stile di un regista, qui al suo secondo film, che per decenni e prima del boom dei primi anni del XXI secolo, avrebbe rappresentato, quasi da solo, il fantastico britannico. , sua maestà. Elemento di spicco di quella che io chiamo la santissima trinità, insieme a Stephen Frears e Mike Leigh.

Non solo fantastico, ovviamente, perché Jordan ha spaziato in quasi ogni tipologia di film, nel corso della sua carriera, tra alti (tanti) e bassi (pochissimi). Ma al fantastico, in un modo o nell’altro, ci è sempre tornato. E non solo con il suo film più famoso, Intervista col Vampiro, ma anche in maniera più sottile, con il recente Ondine, fino a quella vera e propria celebrazione del sangue che è Byzantium, horror migliore del 2013 senza rivali di sorta.
Il suo approccio al fantastico è tuttavia sempre personale, artistico, se mi si passa il termine, sia quando lavora in totale libertà creativa, appena frustrata da qualche restrizione di budget, sia quando è agganciato a un carrozzone milionario come per la trasposizione del romanzo della Rice.
E quindi diventa complicato inserire In compagnia dei lupi in un filone ben preciso: di sicuro il proliferare di film sui licantropi nei primi anni ’80 ne ha agevolato l’iter produttivo. All’epoca, i lupacchiotti erano la moda del momento e il progresso degli effetti speciali aveva portato a una vera e propria competizione tra chi fosse in grado di realizzare la trasformazione più realistica e paurosa sullo schermo. Anche In Compagnia dei Lupi, in un certo senso, partecipa alla gara, mostrando ben tre metamorfosi, di cui una addirittura collettiva. Ma la sua appartenenza al genere specifico si ferma lì. Non ha nulla a che vedere con L’Ululato, Wolfen o Un Lupo Mannaro Americano a Londra. Sta proprio su un altro pianeta. E non ne faccio un discorso qualitativo: io adoro i film di Dante e Landis, sia chiaro. È che i lupi mannari, con il film di Jordan, ci azzeccano solo di striscio e si entra nel regno del fiabesco. Mentre Landis, Dante e gli altri che in quel periodo di approcciarono al genere portarono i licantropi in un contesto contemporaneo, Jordan e la Carter li astraggono da un qualsiasi tipo di contesto e li fanno vivere nel nostro inconscio.

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“It’s a film about storytelling … It’s about the use of stories, and in the case of fairy tales, the main use is to teach young girls not to have sex with men, isn’t it?”
Così parla lo stesso Jordan in un’intervista per il giornale L.A. Weekly.
Se l’obiettivo della Carter, quando ha scritto La camera di sangue, era quello di portare a galla il contenuto latente delle fiabe, allora l’obiettivo viene raggiunto in maniera esemplare dall’opera di Jordan. Contenuto latente, in questo caso, di natura essenzialmente erotica.

In compagnia dei lupi si apre con una ragazzina che dorme nella sua stanza, mentre la sorella maggiore cerca di svegliarla bussando alla porta. Rosaleen (questo il nome della protagonista, interpretata da Sarah Patterson, all’epoca dodicenne) sogna la della sorella, attaccata dai lupi in un bosco, lo stesso che si vede dalla finestra della camera. Siamo – forse, non è specificato e comunque il film è pieno di voluti anacronismi – nel XVII secolo e Rosaleen vive in un villaggio al limitare della foresta. Mentre i suoi genitori sono a lutto per la perdita della primogenita, Rosaleen va a passare la notte da sua nonna (Angela Lansbury), che le racconta una serie di storie con protagonisti lupi mannari e altre creature soprannaturali.
Ammonimenti, soprattutto, cautionary tales su come non si debba uscire dal sentiero e non ci si debba fidare degli uomini che sono bestie (hairy on the inside).
Anche Rosaleen, quasi prendesse in eredità il ruolo della nonna, racconta delle fiabe, ma sono molto diverse: sono storie di vendetta, di potere, di ritorno alla propria natura selvatica.
E comunque Rosaleen, a restare sul sentiero sicuro all’interno del bosco, non ci pensa proprio. Si perde una prima volta, salendo su un albero e trovando delle strane uova che si aprono per rivelare degli esseri umani in miniatura al loro interno; si perde una seconda volta, mentre sta andando a portare del cibo alla nonna, e incontra un misterioso cacciatore che le propone una scommessa: si sfideranno a chi arriva prima a casa della nonna e, se dovesse essere il cacciatore a vincere, Rosaleen gli darà un bacio.

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Se avete un minimo di familiarità con la fiaba di Cappuccetto Rosso, per quanto sia completamente stravolta da Carter e Jordan, sapete benissimo chi arriverà per primo e che fine farà la nonna.
Solo che qui il film cambia completamente direzione.
Teniamo presente che, nell’oretta precedente, In Compagnia dei Lupi era permeato da un senso di minaccia sessuale quasi soffocante, presente in tutti gli ambienti, tutti i personaggi, tutti gli elementi in scena. Rosaleen sembrava essere identificata come la perfetta vittima sacrificale e il suo incontro con il cacciatore/lupo faceva presagire un certo tipo di risoluzione.
Solo che, prestando una certa attenzione ai dettagli, ai dialoghi e, soprattutto, alla messa in scena di Jordan, ci si rende conto che Rosaleen è, sin dall’inizio, molto altro rispetto al ruolo di fanciulla indifesa in un bosco pieno di lupi che la fiaba e la società le impongono.
Si sviluppa così un confronto tra lei e il cacciatore licantropo dove le posizioni di potere cambiano a ogni stacco di montaggio, in maniera tale da rendere quasi impossibile stabilire chi stia seducendo chi e chi, tra i due, abbia in mano davvero la situazione.
È una sequenza che trasuda erotismo da ogni fotogramma, senza che Jordan abbia bisogno di mostrare un solo centimetro di pelle. Considerando l’età della protagonista, si tratta davvero di un momento coraggioso e potentissimo. Una scena, ma un intero film, che oggi susciterebbe un vespaio di polemiche, ma che quando uscì passò quasi inosservato, incassò pochino e persino i critici storsero il naso.

In realtà, In compagnia dei lupi è un’opera che lascia spiazzati, allora come a 32 anni di distanza dalla sua distribuzione. Il suo andamento non lineare, la sua struttura che inserisce una storia dentro l’altra senza soluzione di continuità e, più di tutto il resto, il fatto che Jordan lasci che sia la macchina da presa a dispiegare la forza simbolica e metaforica del suo film, lo rendono abbastanza ostico per il pubblico horror standard, quello che pretende solo spaventacchi a buon mercato. È anche, come abbiamo detto prima, un’anomalia rispetto ai classici lupi mannari degli anni ’80. Un film unico e irripetibile, che mischia l’eleganza della scrittura della Carter con lo stile barocco, quasi violento, di Jordan. Un film “denso”, che al suo spettatore chiede molto, ma gli offre anche tantissimo in cambio.

Recensione: ilgiornodeglizombi.wordpress.com

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