//THE CRAZY FAMILY [SubITA]

THE CRAZY FAMILY [SubITA]

 

Titolo originale: Gyakufunsha kazoku
Nazionalità: Giappone
Anno: 1984
Genere: Commedia, Drammatico
Durata: 106 min.
Regia: Gakuryû “Sogo” Ishii

 

Avete ragione, ragazzi. Con gli ultimi film recensiti ci sono andato giù pesante.
Vediamo, quindi, di alleggerire un po’ i toni. Parliamo di una commedia, per una volta!
Come saprete, però, provo una certa attrazione per i film folli, soprattutto quelli sulle famiglie deviate o su gente che sclera e si prende improvvisamente a mazzate. Ecco, vedendo “The Crazy Family” (1984) mi è venuto in quello che ritengo il capolavoro di Michael Haneke (che già recensii qui): “Il Settimo Continente” (1989), film tra i primissimi posti di una mia personale top-ten di sempre. Se quello posso considerarlo il film più disturbante che abbia mai visto, questo rientra, invece, tra quelli più spassosi e divertenti in assoluto. Una commedia con le rotelle fuori posto, in grado di essere un mix pop e sguaiato di “Fantozzi” e Grand Guignol, mischiando il tutto con la folle carica visiva e l’irresistibile humor di molto cinema underground giapponese. Per non parlare poi di quell’alone anni ’80 che io trovo estramamente affascinante.

E dire che la linea narrativa di questi due film totalmente diversi, per certi versi, è molto simile. Due facce di una stessa medaglia, una terrorizzante e l’altra goliardica: l’auto-distruzione di un nucleo familiare.

La famiglia Kobayashi sta per compiere il grande passo: finalmente, possono abbandonare la loro catapecchia di periferia e permettersi un villino borghese in città. Per il padre, un paffuto e ingenuo impiegato, è una conquista di cui va molto orgoglioso. Al suo seguito ci sono una moglie spigliata; un figlio adolescente, che dopo una bocciatura, decide di mettersi sotto con lo studio (con metodi folli e deliranti) per entrare nella più prestigiosa università nazionale; una figlioletta con il sogno di diventare cantante, attrice e lottatrice (!) e un nonno invadente. E poi cosa c’è? C’è un cane, ci sono delle termiti e… delle motoseghe. Sì, perché nonostante gli sforzi di integrarsi con il ritmo frenetico cittadino, le ossessioni dei membri familiari decuplicano facendo emergere la loro pazzia e la loro incapacità di stare al mondo.

Si parla di suicidio, alienazione, violenza domestica, incomunicabilità e si pone uno studio satirico e spietato della società e della famiglia giapponese. L’attaccamento materiale agli oggetti, la noia borghese, il mobbing…
Temi non semplici, anche forti, che da sempre (e dagli Stati Uniti all’Asia) abitano il cinema.

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Sogo Ishii è riuscito a realizzare l’impensabile: realizzare un film scioccante (soprattutto per come il tutto sia trattato con spirito goliardico) e, allo stesso , divertentissimo, adrenalinico, isterico. Le risate si mischiano alla riflessione, le scene d’azione (ce ne sono tante) si tingono spesso e volentieri di horror… si viene a creare, così, una bomba ad orologeria che non dà tregua e che si fa amare immediatamente.
Il merito è tutto del regista e del suo impressionante talento visivo: un regista altalenante, solitamente conosciuto per le sue opere cyberpunk (sul genere, punto di più su Tsukamoto) capace di grandi film e anche di cagate mostruose. Tra i suoi che ho visto, questo è il mio preferito in assoluto e quello in cui il suo spirito anarchico e visivo trova lo sfogo migliore. La regia non ha mai cali, la scelta delle inquadrature è di gran gusto e il ritmo non concede mai allo spettatore un secondo di noia.

Grandissima è anche la prova attoriale, dove difetti universalmente riconosciuti come l’overacting e le facce buffe diventano mezzo d’espressione puro e fuori dal mondo. Tutti gli attori sono perfetti, così come lo sono i loro personaggi, stereotipi/macchiette da fumetto che, nonostante tutto, diventano imprevedibili e irresistibili.

Io non so che dire, se non: vedetelo.

Girarci intorno con spiegazioni filosofiche e d’approfondimento ha ben poco senso con “The Crazy Family”: va visto.

Un film che è ritmo, delirio puro e amore per il cinema. Stiamo parlando di un lavoro praticamente sconosciuto da noi ma che, in Giappone, è considerato un classico (è tra le prime fonti d’ispirazione per Takashi Miike, e non solo); uno di quei sempre più rari casi in cui l’intrattenimento puro riesce ad essere equilibrato con profondità, passione e intelligenza.

Recensione: debaser.it

 

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