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Shadow

THE DEAD GIRL [SubITA] 🇺🇸

Titolo originale: The Dead Girl
Nazionalità: USA
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 93 min.
Regia:

Dopo un’introduzione nella quale si vede una giovane donna rinvenire il di una ragazza in un campo, il film si divide in cinque distinti capitoli incentrati su personaggi e vicende tutte in qualche modo legate alla ragazza morta.

La cronaca gronda di amabili resti vilipesi post mortemdall’assedio della mostruosa macchina mediatica – psicologi in pianta stabile in studi televisivi insieme a magistrati, sociologi, criminologi, facce di bronzo, previo gettone di presenza (sepolcri imbiancati) cianciano, penetrando luoghi del crimine in plastica. Non sono diversi dal ‘mostro’, sono mostri-voyeur.

Le trombe della celebrità hanno santificato la creatura di Peter Jackson, ma c’è un film del 2006 sul quale solo AlexPortman80 ha scritto un’opinione. Don’t Say a Word, dunque, – uno dei tanti pessimi film in cui è incappata Brittany Murphy, morta precocemente il 20 dicembre 2009.

Nel 2006 Brittany è viva appare nel profetico The Dead Girl, e nei venti minuti finali di questo dimenticato, snobbato saggio sulle ‘ragazze uccise’ dà una prova abbagliante di recitazione intensa, partecipe, sopra le righe, emotivamente impressionante, ‘da brivido’ si dice, per stare al lessico facile della moderna telegrafia.

A Los Angeles un maniaco sessuale, un serial killer feticista ha ucciso, fatto a pezzi, una dozzina di giovani donne. Missing persons, scomparse misteriosamente nel nulla. Dell’ultima, denudata, torturata, smembrata, l’assassino ha conservato i vestiti lordi di sangue in uno dei quattro cassetti di un armadietto, tutti stipati di indumenti delle ragazze uccise. Dell’ultima, Krista (Brittany Murphy), non ha fatto in tempo a disperdere i resti: la ragazza è stata trovata nel bosco, vicino alla casa dove abita Arden (Toni Collette).

“Aveva gli occhi aperti come se guadasse il cielo e gli alberi”, dice Arden al giovane Rudy (Giovanni Ribisi).

Anche Arden, oppressa da una madre valetudinaria, una megera da fiaba (l’irriconoscibile Piper Laurie), è uscita quella notte per sfuggire alla sadica genitrice. Voleva vedere il cielo e gli alberi, allontanarsi solo per qualche minuto dal tanfo dei medicinali materni, dalla pervicace tortura che quella grassa sagoma piena di odio le infligge. Invece Arden ha trovato il corpo di Krista, fatto a pezzi, nudo, il viso ridotto a una poltiglia tale che la polizia non sa a chi appartenga.

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Di chi è quel corpo, quale fotografia delle ragazze scomparse gli somiglia?

Leah (Rose Byrne) sa che non è sua sorella, anche se i suoi genitori (Bruce Davison e e Mary Steenburger) si ostinano a crederlo per placare le proprie coscienze infelici ma colpevoli.

Anche Ruth (Mary Beth Hurt), la moglie trascurata di Carl (Nick Searcy), l’uomo che dà in fitto i box, pensa che la ragazza morta sia proprio Krista, ha le prove: durante una delle frequenti fughe da casa del consorte ha scoperto il box dove l’uomo colleziona i trofei (mutandine, reggiseni, scarpe, borse) delle ragazze uccise.

Molti genitori, con l’aiuto della polizia, cercano disperatamente di attribuirsi la ‘nuda’ proprietà di quel corpo martoriato. Devono farlo, devono illudersi che nulla di quanto è accaduto sia dipeso da loro.

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In realtà, la colpa ricade sui genitori che hanno maltrattato, vilipeso, trascurato le ragazze.

Le ragazze sono fuggite tutte dagli inferni domestici, hanno preferito il rischio di vivere nella giungla delle strade e delle amicizie pericolose per non essere violentate dal patrigno, tormentate da madri crudeli, fatte segno di un disamore brutale, insicure nel nido dove pensavano di crescere senza paura.

Solo alla fine si saprà chi è davvero Krista, perché è scappata via di casa. Ora sua madre Melora (Marcia Gay Harden) può solo raccogliere il ‘resto’ della figlia: una bambina che le somiglia.

The Dead Girl è un film al femminile: la regista non è Peter Jackson che allestisce lo ‘spettacolo della morte’. Questa è una ballata triste quanto la lettura dei morti di Spoon River; i riferimenti letterari – se proprio vogliamo indicarli – portano ai racconti di Flannery O’Connor.

Lo stile è asciutto e non cerca di colpire il cuore dello spettatore: l’osceno è tenuto in disparte, come vuole la tragedia greca – fuori scena.

Un film onesto, tragico, disilluso.

Recensione: filmtv.it

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