//THE EVIL WITHIN [SubITA] 🇺🇸

THE EVIL WITHIN [SubITA] 🇺🇸

Titolo originale: The Evil Within
Nazionalità: USA
Anno: 2017
Genere: Drammatico, Esoterico, Horror
Durata: 98 min.
Regia:

 

Cammino oscuro nella psicologia disturbata di un personaggio affetto da grave deficit cognitivi, The Evil Within di concretizza in costanti interferenze visive, quelle deviazioni psichiche e morali che lo spingono all’omicidio.

Lo sviluppo è fondato da un lungo e sofferto monologo, e insieme dialogo, tra Dennis, un sorprendente Frederick Koehler (Death Race) e il suo luciferino doppio. Il protagonista, difatti, è solo ed emarginato a causa dell‘insufficienza intellettiva che lo affligge ed è cosciente però della sua situazione, consapevolezza che provoca in lui una profonda frustrazione, acuita dal fatto che si sente un peso per il fratello, che si occupa di lui. Si tratta di un’ininterrotta frustrazione, che si traduce inizialmente in terribili incubi, popolati da un’entità maligna e connotata da un malsano colore della putrefazione, un demone/cadavere reso dall’espressivo Michael Berryman, ovvero l’iconico Pluto in Le colline hanno gli occhi di Wes Craven 1977, il cui solo volto basta a suscitare inquietudine. La malattia mentale, allora, si confonde con la possessione, dai sogni al reale i confini sono permeabili e le creature che vivono per l’eternità sigillate nelle tenebre bisbigliano a Dennis dormiente terribili incubi. Sdoppiamento mefistofelico, la presenza riesce poi a entrare in contatto con il mondo tangibile, riflesso del soggetto stesso, è quel Doppelgänger delineato dalla letteratura tardo-romantica tedesca, in Adalbert Von Chamisso ed E.T.A. Hoffmann per esempio; è l’inumano conversatore stesso a confessare il suo segreto, quasi poeticamente: “quando dormi la notte sono io quello che sussurra alle tue spalle, perdona le storie che racconto, è solo che è un po’ più oscuro quaggiù”. Non solo, escamotage visivamente spettacolare e concettualmente geniale, nel sogno il demone apre una zip nella schiena di Dennis, mentre lui è senziente e sofferente, ed entra dentro di lui, indossandolo come un abito; quale miglior concretizzazione dell’idea di possessione?

Concept intrigante reso con grande maestria, è anzitutto la duplice ed eccezionale performance di Koehler a reggere l’intero impianto narrativo. Se arduo è mettere in scena un amletiano soliloquio con i propri demoni, senza risultare involontariamente grotteschi o peggio artificiosi, ancor più lo è incarnare i due poli, le due personalità che prendono parte allo scambio dialettico, caratterizzando entrambe in maniera tale che sia abbastanza simili da condividere una medesima origine e al contempo abbastanza dissimili da avere una distinta identità; uno e bino per semplificare. Rimarchevolissimo quanto raro, è poi essere capaci di incarnare un soggetto affetto da un conclamato ritardo psichico, rappresentandolo in modo eccezionalmente verisimile e per nulla patetico (diverso da quel lacrimevole ed edificante ritratto che ne fornisce ad esempio Tom Hanks in Forrest Gump di Robert Zemeckis). Ne è emblema il dialogo tra Dennis e la sua immagine nel bagno di un ristorante: lui parla tartagliando, l’altro replica, inizialmente uguale, poi i difetti di pronuncia pian piano svaniscono, anche la mimica cambia, come se le personalità si iniziassero a differenziare nettamente, frattanto la macchina da presa ruota intorno a loro, non si tratta di un campo e controcampo, mostrando la loro duplicità e risultando allo stesso tempo straniante nel suo moto circolare.

ìA completare il quadro, il protagonista diviene un serial killer, seguendo tutte le convenzionali tappe che la psichiatria ha delineato, dall’uccisione di piccoli animali a quella di persone a lui care, con sempre maggior desiderio e necessità, quasi fisica, di commettere omicidi. Così il soprannaturale e il foscamente umano si fondono, ma il percorso è graduale, non esente da sensi di colpa e rimorsi e l’epicentro dei crimini, ossia la superficie specchiata, un misfatto dopo l’altro conduce l’individuo alla tenebra, in un percorso di tentazione e perdizione sviluppato con grande maestria. L’iter tange peraltro non solo l’emisfero recitativo, ma anche quello visivo, in molteplici modi. La latente follia, che coincide con la presenza maligna, si materializza nella sfera tangibile tramite l’immagine filmica e gli effetti speciali; da un lato ne girato sono disseminati effetti distorsivi, un montaggio a tratti singhiozzante e passaggi in cui in slow-motion o al contrario eccessivamente veloci, o ancora dall’incedere sincopato, a cui si sommano sovrimpressioni fantasmatiche e motion capture infantili e insieme sinistri. L’allucinazione e l’onirico, o l’immateriale, lasciano profondi segni, sfasano la realtà e la sua percezione traducendo così anche il vissuto del protagonista, la sua incapacità di discernere chiaramente i contorni di ciò che lo circonda, come lui stesso dichiara e che lo attanaglia, divenendo la causa primigena dell’uccidere, quindi in ultimo il seme da cui si genera il demone stesso dentro di lui.

Unico, quindi, sia per il concetto in nuce, che per la sua rappresentazione sullo schermo, The Evil Within è profondamente disturbante e disturbato, quasi lynchano per certi versi, riuscendo a tratteggiare una perfetta sincresi tra la malattia mentale e possessione luciferina e conferendo un nuovo volto al demoniaco.

Recensione: ilcineocchio.it

Spread the love

Related posts