//THE GLAMOROUS LIFE OF SACHIKO HANAI [SubITA] 🇯🇵

THE GLAMOROUS LIFE OF SACHIKO HANAI [SubITA] 🇯🇵

Titolo originale: Hatsujô kateikyôshi: sensei no aijiru
Nazionalità: Giappone
Anno: 2003
Genere: Erotico, Visionario
Durata: 90 min.
Regia:

affronta il pinku eiga con una libertà creativa e un gusto iconoclasta decisamente superiori alla media. The Glamorous Life of Sachiko Hanai, al Far East 2006.

Si potrebbe andare tutti quanti in Giappone
Seduta in un bar e in attesa di incontrare un cliente, la prostituta Sachiko viene coinvolta involontariamente in una sparatoria tra due mafiosi, un russo e un coreano che si contendono un potente e misterioso oggetto. Il russo muore, Sachiko viene raggiunta da un colpo di pistola alla testa. Il coreano fugge velocemente dal bar ma a mani vuote, in quanto l’oggetto conteso è rotolato dentro la borsa della ragazza. Dopo alcuni minuti, Sachiko si riprende e si risveglia, senza rendersi conto di avere un buco in testa. Invece di ucciderla, il proiettile che le è entrato nel cervello le ha aumentato esponenzialmente l’intelligenza e la velocità di apprendimento, rendendola in poco tempo esperta di matematica, e con capacità ESP. Sachiko, con la sua improvvisa brama di sapere e l’inesauribile curiosità, conosce un professore universitario e va a vivere con lui e la sua . Intanto il mafioso le dà la caccia, dopo aver capito che fine ha fatto l’oggetto misterioso, un dito clonato del presidente George W. Bush, un passepartout universale in grado di attivare gli arsenali nucleari mondiali…

Bisogna ammetterlo: la cinematografia giapponese è una sorta di pozzo senza fondo nel quale non si può smettere di “sprofondare” con compiacimento ogni qual volta lo si desideri. A distanza di quattro anni dalla retrospettiva sul pinku eiga, al FarEast 2006 torna il porno-soft del Sol Levante, con due film di , del tutto differenti l’uno dall’altro. Infatti, se Bitter Sweet (Bitā suīto, 2004) con qualche ragione ha fatto sussurrare a degli sparuti entusiasti il nome di Tsai Ming-liang (per rigore, introspezione ed “evanescenza” narrativa), The Glamorous Life of Sachiko Hanai (Hanai Sachiko no karei na shōgai, 2003), il titolo che qui ci interessa, è una mistura esplosiva di politica, porno e anarchia, con dei tratti anche pensosi sulla condizione femminile e sul dramma delle guerre “sporche”.
Chi fa del pinku eiga deve rispettare certe regole, sempre uguali sempre quelle: tot di scene di a distanza di tot minuti l’una dall’altra, da girare in pochissimi giorni con il minor dispendio possibile di danaro; all’interno di una griglia siffatta, però, c’è poi la libertà di fare quel che si vuole. Le ragioni dovrebbero stare nel fatto che i produttori vendono i film a distributori e noleggiatori prima che gli stessi siano realizzati (lo stesso accade per il V- e per tutto ciò che non passa per le sale o che trova la distribuzione solo in un secondo momento). Si vende perciò un pacchetto a scatola chiusa e non è interesse del committente stare a questionare sui contenuti o su presunte velleità autoriali (queste sono tra l’altro le condizioni che hanno permesso la di un talento onnivoro del quale Takashi Miike).

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Il condizionale è comunque d’obbligo perché le regole e le eccezioni del mercato cinematografico giapponese sono tutt’altro che facili da comprendere, soprattutto per l’ampiezza della produzione e per la stratificazione della domanda e dell’offerta. In tal senso può essere utile la lettura della prima parte del catalogo su Takashi Miike, uscito per i tipi Lindau in occasione della retrospettiva dedicatagli, nel mese di aprile di quest’anno, a Torino, oltre al libro cult di Jack Hunter, Erotismo infernale, che tratta in profondità i sottogeneri dell’industria cinematografica del Sol Levante.
Normalmente, anche la durata di un pink è una scelta obbligata: sessanta minuti o poco più. The Glamorous Life of Sachiko Hanai infatti è stato distribuito per il circuito d’appartenenza in una versione di un’ora, ma poi il regista ha avuto la libertà di ricucire il film fino ai novanta minuti della versione che è circolata nelle sale giapponesi, la stessa che abbiamo potuto vedere a Udine.

Il genere pink è probabilmente uno dei casi più estremi del contemporaneo di contaminazione tra pratiche basse e pratiche alte, ed è facile prevedere che, un bel dì, i più curiosi tra i teorici del postmoderno potranno impazzire di gioia a rovistare tra queste immagini. Non per nulla, seguendo il filo della coincidentia oppositorum, il pink accoglie tra le sue fila delle personalità di talento, dei cineasti come Toshiki Sato, Kazuhiro Sano, Takahisa Zeze, i cui film sono considerati “difficili” e “intellettuali” dal pubblico.
The Glamorous Life of Sachiko Hanai, scritto da Takao Nakano, uno dei maestri del demenziale nipponico, si regge, accuratamente, sull’anarchia del discorso e sulla demenzialità completa dell’assunto; siamo di fronte a un solidissimo castello di carte, un film in cui la singola “trovata” funziona perché viene esperita in ogni suo aspetto, anche (e soprattutto) il più assurdo; in cotanto calderone, per paradosso, niente sembra essere messo lì per caso.
Così la protagonista Sachiko Hanai, colpita in fronte dal colpo di pistola di un gangster coreano, piuttosto che morire acquista una intelligenza superiore alla media grazie alle virtù del proiettile che, infilatosi nella sua capoccetta, le smuove la materia grigia e le permette di avere “tutta la conoscenza del mondo” (compresa la visione di guerre e distruzioni umanitarie) oltre a una curiosità insaziabile, doti che non tardano a conquistare le attenzioni di un pruriginoso professore universitario (e del di lui figlio).

E se alcuni dialoghi sanno di intellettualismo riscaldato a bagnomaria (la frase classica di Sachiko per invitare al rapporto sessuale è: “basta con il situazionismo, dobbiamo riscoprire le virtù del pragmatismo” o, ancora, il professore va in brodo di giuggiole quando Sachiko dice: “Chomsky”), sono difetti che si fanno perdonare facilmente, davanti a un film così libertario e catartico.
Si pensi allo strepitoso leit-motiv del dito clonato di George W. Bush, che è il vero “motore (im)mobile” della narrazione: tale dito finisce nella borsa di Sachiko, invece che nelle mani del coreano, perché scambiato per rossetto. Ma l’estremità molesta, clonata con l’intenzione di far esplodere una bomba atomica, non riesce a star ferma e dunque prende ad inseguire Sachiko, fino a violentarla in una scena indimenticabile, con il supporto di una televisione dalla quale un finto Bush straparla del suo diritto a “invadere” tutto ciò che vuole.
Ad absurdum, il proiettile piantato in testa giustifica sia, come già detto, l’intelligenza soprannaturale di Sachiko, sia la sua improvvisa consapevolezza sessuale che le permette di concepire il come “atto educativo” (e che le fa dire, mostrando la al figlio del professore, “guarda bene! È da qui che nasce tutto”), sia il bieco trucco narrativo di ritardare il godimento sessuale della ragazza (con il vantaggio di raddoppiare le scene hard: una prima volta con l’uomo di turno, una seconda da sola, e così di seguito), sia la visione sardonica, cinica, ma anche drammatica (nel prefinale) di un mondo sull’orlo della deflagrazione (dopo i titoli di coda, Sachiko infila il globo nella sua testa, a mo’ di “attrazione futurista”). E chi più ne ha più ne metta.
Il proiettile è simbolo palese del fallo maschile, replicato dal dito di Bush, arma di distruzione di massa e oggetto strupratore: la violenza è per forza maschile, è un push costante, incessante, un su e giù che non conosce tregua.

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Dunque ci pare che The Glamorous Life of Sachiko Hanai sia persino un film dalla parte delle donne, cosa davvero unica in un porno (e forse replicata, sempre da Meike e seppure in modi diversi, in Bitter Sweet). Intanto Sachiko trasforma le con il forte fino ad essere lei a condurre il gioco, attorniata da maschi libidinosi, che non hanno un briciolo del suo cervello. È lei, l’attrice Emi Kuroda, la nostra indimenticabile eroina.
In più vi sono un paio di situazioni che danno da pensare. La prima: Sachiko, appena colpita al cervello, è seduta per strada in stato di semi-incoscienza. Un poliziotto le chiede se va tutto bene. Scena successiva, il poliziotto sta violentando Sachiko e lei neanche se ne accorge.
La seconda: la moglie del professore va da un detective privato perché indaghi su Sachiko, sulla cui moralità, a ragione, nutre dei dubbi. Scena successiva, il detective, invece di assolvere ai suoi doveri professionali, violenta la .
Se, in un primo momento, sono due sequenze da ridere, a visione conclusa è chiaro riconoscere in quelle scene un ulteriore cenno satirico nei confronti dell’ottuso maschio giapponese.
E così sarà proprio tra il coreano e Sachiko che, nell’ultima parte, sorgerà, tra il nero di una notte senza fondo, l’alba di un possibile , con tanto di luminosa visione paradisiaca della ragazza, guidata al solito dal proiettile-terzo occhio (i due sdraiati in una spiaggia tropicale e le due Coree finalmente di nuovo insieme). Utopia subito drammaticamente smentita dai fatti, ma non nello sguardo del regista che assesta almeno altri due colpi, prima di salutarci: il globo terracqueo fagocitato da Sachiko, cui s’è già fatto cenno, e l’inno americano distorto alla Sex Pistols, per un ultimo sberleffo.

Recensione: quinlan.it

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