//THE HUNGER [SubITA]

THE HUNGER [SubITA]

 

Titolo originale: The Hunger
Paese di produzione: USA
Anno: 1983
Durata: 97 min.
Genere: Drammatico, Horror
Regia:

Miriam è l’ultima discendente di una generazione di vampiri antica di 4000 anni. Da tre secoli John è il suo amante e a lui ha promesso eterna giovinezza. Improvvisamente però John comincia a invecchiare senza speranza. Si rivolge a Sarah, una famosa dottoressa, che però non può fare nulla per lui.

Miriam: In a magical garden they sing how they follow the stream to its source, gliding over the water.
Sarah: Is it a love song?
Miriam: I told you, it was sung by two women.
Sarah: It sounds like a love song.
Miriam: Then I suppose that’s what it is.
Sarah: Are you making a pass at me, Mrs. Blaylock?

L’horror dei primi anni ’80 non è soltanto slasher scalcinati e pupazzoni di gomma. È anche l’esordio raffinato ed elegante di un regista che ci manca tanto. , nel 1983, veniva dalla pubblicità. Il produttore Richard Shepherd voleva affidare la regia della trasposizione del romanzo The Hunger, di Whitley Strieber, ad Alan Parker. Ma fu proprio lo stesso Parker a declinare l’offerta e a consigliare Scott, a cui venne così data l’occasione per realizzare il suo primo lungometraggio.
The Hunger (lasciamo stare il titolo italiano che è imbarazzante) è uno dei primi film di vampiri che cerca di svecchiarne la mitologia a base di aglio, croci e paletti e inserisce queste figure ambigue e misteriose in un contesto moderno, senza però mitigare la loro ferocia o la loro sete di sangue. A Scott, e ai due sceneggiatori Thomas e Davis interessava poco l’armamentario gotico-vampiresco. Il fulcro del film è infatti il terrore per la vecchiaia e il decadimento fisico, filtrati attraverso il personaggio di Miriam, immortale ed eternamente giovane, che vede i suoi amanti vivere sì centinaia di anni, ma essere comunque condannati ad avvizzire e poi a spegnersi in un’agonia che non ha mai fine.

Dawid Bowie, Susan Sarandon, Catherine Deneuve. Questo il cast a disposizione di Scott, reduce da una carriera più che decennale come regista di spot per la casa di produzione del fratello Ridley. Scott si era diplomato al Royal College of Arts, era un pittore di talento e il suo gusto visivo traspare in ogni inquadratura di The Hunger, ennesima anomalia nella storia del genere che ci troviamo ad analizzare. Anomalia perché il film si pone esattamente al confine tra esperimento artistico e operazione commerciale. Alla fine, The Hunger ebbe critiche negative e incassò anche poco, diventando un cult solo dopo parecchio tempo.

Bowie stesso, dopo aver visionato il montato, si disse perplesso dai risultati: una cosa del genere non si era mai vista, sarebbe stato difficile trovargli una collocazione precisa e un pubblico di riferimento. Gli spettatori richiamati da una storia a base di sesso e sangue, rischiavano di restare delusi da uno stile così caratteristico, spiccato e inedito (su grande schermo), da risultare quasi invadente: l’eleganza patinata, i filtri colorati, i tagli di luce, i movimenti di macchina barocchi, l’estetica di Scott, in piena libertà creativa come non lo sarebbe stato più fino agli ultimi anni della sua carriera da regista, che ingloba e fagocita tutto il resto. The Hunger non è un film facile da seguire neanche adesso, con la sua narrazione frammentaria e tutta basata su suggestioni visive e oniriche, su giochi di luci e ombre, sull’attenzione maniacale per il dettaglio, che sia un oggetto d’arredo, un particolare del costume di un personaggio, o la disposizione degli attori in campo, a volte quasi congelati come in un dipinto.

Troppo sofisticato per i fan del dell’orrore, troppo “leggero” per chi cercava un prodotto impegnato. Scott avrebbe pagato questa natura ibrida della sua opera, restando lontano dal fino al 1986, quando avrebbe diretto Top Gun, film destinato a indirizzare in modo definitivo le sue scelte future come professionista hollywoodiano. Eppure la bellezza pura e cristallina di The Hunger, una volta compresa e metabolizzata, ti resta dentro per non abbandonarti. E Scott, pur adottando una strategia più commerciale, avrebbe continuato a sperimentare, anche se troppo spesso ingabbiato in progetti non all’altezza della sua bravura. Basta vedere i colori esasperati di Man on Fire, o quel mosaico impazzito di stili diversi che è Domino per rendersi conto che, dietro la macchina da presa, c’era un artista, e non un cagnolino al servizio degli studios come molti vorrebbero credere.

Per capire di cosa sto parlando (che a stento mi capisco io), diamo un’occhiata alla sequenza d’apertura di The Hunger, quella con Peter Murphy (non accreditato) che canta Bela Lugosi’s Dead, la seduzione da parte di Miriam e e John ai danni dei due malcapitati nel locale, il montaggio alternato con la gabbia delle scimmie, la canzone che si interrompe di botto per lasciare spazio alle percussioni e ai violini della colonna sonora originale. Sono sei minuti di pura astrazione cinematografica, in cui non viene pronunciata neanche una parola, se si esclude il “No Ice” di Bowie verso la fine. Sei minuti in cui si passa dall’atmosfera decadente del club, alla violenza brutale dei due vampiri e della scimmia e dai quali lo spettatore esce frastornato, come se avesse subito un bombardamento visivo in quegli anni ancora inconcepibile.

Dal primo omicidio, fino alla fine del film, Scott abbassa il ritmo, inserendo qualche sprazzo allucinato (i flashback egiziani, la scena nel sottopassaggio) in una narrazione dall’andamento statico e cerebrale. La bellezza immutabile di Miriam che si scontra col rapidissimo processo di invecchiamento subito da John. L’ambiente asettico e scientifico del laboratorio di Sarah contrapposto alla casa dei due vampiri, la dolcezza della interrotta bruscamente dall’ultimo, disperato tentativo di un Bowie (truccato in maniera prodigiosa da Dick Smith) ormai devastato dal decadimento di nutrirsi, l’algido fascino di Miriam e l’atteggiamento nevrotico di Sarah. The Hunger è un film che si muove sui contrasti, sospeso tra immobilità e furia.

Ma poi, è davvero una storia di vampirismo, The Hunger? Di Miriam sappiamo solo che si tratta di un essere millenario che beve il sangue delle sue vittime. John invecchia, così come sono invecchiati tutti gli individui trasformati in passato da Miriam. Quello che invece recepisce Sarah della sua nuova condizione è la dipendenza, quella fame che dà il titolo al film. Non c’è nessun elemento dell’iconografia classica: le creature di The Hunger non hanno i canini, girano tranquillamente di giorno, non sono mostri nel senso stretto del termine. Semmai Miriam è un’entità superiore che si muove a suo agio in mezzo agli uomini e se ne nutre, scegliendone alcuni per farne i compagni di un tratto della sua lunghissima vita.

La parola vampiro neanche viene pronunciata. Mai. Può essere definito un film dell’orrore, The Hunger?
Sì, per come affronta il tema della nostra fragilità esistenziale, di una morte che, anche se procrastinata, o dilatata a dismisura nel tempo, è lì che va a deturpare persino le figure immortali per eccellenza. E quando John chiede a Miriam se si ameranno per sempre, sappiamo in anticipo che la risposta è no. E la scelta finale di Sarah allora ci appare pienamente comprensibile.

Piccola postilla: l’ultima scena del film fu aggiunta solo dopo per volere della produzione, che intendeva dare a The Hunger una conclusione aperta, per poterne realizzare un sequel. Susan Sarandon ha dichiarato molte volte di non aver apprezzato questa decisione e che quella scena priva del tutto il film del suo significato. Il seguito non fu mai girato, ma è dal 2009 che si parla di un remake del film.

Sentiamoci un po’di e salutiamo Tony, che era da tanto che volevo parlare di lui.
“The biggest edge I live on is directing. That’s the most scary, dangerous thing you can do in your life”

ilgiornodeglizombi.wordpress.com

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