//THE LAST MOVIE [SubITA] 🇺🇸

THE LAST MOVIE [SubITA] 🇺🇸

 

Titolo originale: The Last Movie
Nazionalità: USA
Anno: 1971
Genere: Drammatico
Durata: 108 min.
Regia:

 

Opera maledetta di , apice e caduta dello sperimentalismo della New Hollywood, The Last Movie mette in scena i ripetuti capitomboli di uno stuntman, interpretato dallo stesso Hopper, sul set di un western di Samuel Fuller. Uno dei film meta-cinematografici più radicali che siano mai stati fatti. Al Cinema ritrovato 2018.

Il cinema e/è catastrofe
Kansas è uno stuntman al lavoro sul set di un western diretto da Samuel Fuller in Perù. In seguito alla tragica morte di un suo collega, Kansas decide di abbandonare il cinema e di rimanere nel paese sudamericano, essendosi innamorato di una donna del posto. Presto però rimane vittima di un bizzarro piano: alcuni peruviani lo costringono a prendere parte a un loro film, in cui utilizzano macchine da presa di vimini e fanno ricorso a della vera violenza, perché non sanno come inscenarla per finta. [sinossi]

La prima volta che avevamo avuto l’occasione di vedere The Last Movie, film maledetto di , che nel 1971 segnò il suo temporaneo allontanamento da Hollywood, era al Torino Film Festival del 2001, quando ancora c’era la pellicola e quando il film venne proiettato in una copia – ci pare – molto buona. Quest’anno The Last Movie è stato presentato invece alla 32esima edizione del Cinema ritrovato, nella sezione Censurati, ritrovati, restaurati, e per la prima volta in digitale, a seguito del recente restauro (va detto, un ottimo restauro, ma era davvero necessario?).
Tra il ’70 e il ’71 si era all’apice delle sperimentazioni della New Hollywood e, in conseguenza del fragoroso successo di Easy Rider, a Dennis Hopper venne concesso dalla Universal di girare un nuovo film che potesse piacere ai “giovani”. Il risultato fu tanto delirante da sconcertare i capi della major, che decisero di bloccare la distribuzione del film per farlo cadere presto nel dimenticatoio. Ostracismo in cui rimase coinvolto lo stesso Hopper sia come regista che come attore, tanto da tornare in auge solo alla fine del decennio, prima con Apocalypse Now di Coppola, nel leggendario ruolo del fotografo adoratore di Kurtz, poi di nuovo dietro la macchina da presa con Out of the Blue (1980).

Dunque The Last Movie rappresenta sostanzialmente l’apice e, insieme, la fine dello sperimentalismo della New Hollywood, che da allora in poi prenderà strade più consuete, almeno per progetti finanziati dalle major.
Fedele – quantomeno in apparenza – al dettato godardiano secondo il quale ogni film ha un inizio, un centro e una fine, solo che le tre parti non devono essere necessariamente in questo ordine, Hopper costruisce in The Last Movie una ronde anti-narrativa, ruotando intorno a tre-quattro fatti che accadono – più o meno – in scena: la fine delle riprese in Perù di un western diretto da Samuel Fuller (che interpreta se stesso, come già accadeva in Pierrot le fou, sempre di Godard), la morte di un attore che spinge Kansas (interpretato dallo stesso Hopper) a lasciare il mondo del cinema, la relazione di Kansas con una ragazza peruviana, la folle decisione di un gruppo di autoctoni di fare del cinema senza avere alcun tipo di attrezzatura. Questi ultimi vanno dunque in giro con macchine da presa, microfoni, cavalletti e quant’altro, tutti ricostruiti in vimini e dunque completamente inutili allo scopo di registrare suono e immagine. Eppure, spinti dal nefasto esempio del film hollywoodiano che ha appena finito di girare Samuel Fuller, i locali vogliono mettere in scena della vera violenza, perché non accettano che, quando ci si prende a pugni, lo si faccia per finta. Perciò fingono di dirigere un film, ma lo fanno mettendo in campo delle autentiche brutalità, provocando così lo sdegno e la preoccupazione del prete loro compaesano (interpretato da Tomas Milian). In questo sarcastico paradosso tra realtà e finzione si trova già il senso di The Last Movie, un paradosso portato fino all’estremo; e, anzi, fino allo stremo, fino all’estenuazione, visto il loop spazio-temporale in cui sembrano essere rinchiusi i personaggi e che pare essere il frutto sia dell’abbondante uso di droghe di cui fece uso Hopper al momento di montare il film, sia dei consigli all’insegna dell’eccentricità di Alejandro Jodorowsky.
Ma, in questo tracciato tra un film fatto con dispiego di energie e di stuntman che cadono e si rialzano senza soluzione di continuità (e alla categoria degli stuntman appartiene anche il protagonista Kansas/Hopper) e un altro – quello peruviano – di cui non si avrà mai documentazione visto che non viene veramente filmato, vi si ritrova anche un discorso sul colonialismo e sul ribaltamento di senso del western. Infatti, se appena un anno prima Piccolo grande uomo di Arthur Penn – su di un piano mainstream – aveva populisticamente rovesciato a favore degli indiani il discorso sul genere, Hopper mette in atto dal canto suo un’operazione simile, anche se in maniera decisamente più azzardata, visto che il nostro stuntman resta tecnicamente prigioniero degli indios peruviani – che lo costringono a ferirsi veramente e non per finta -, non prima di aver giaciuto a ripetizione con una avvenente rappresentante di quella popolazione e non prima di aver fantasticato sulle possibilità di poter sfruttare il territorio vergine in cui si trova (Kansas immagina, ad esempio, di far costruire una pista di atterraggio per elicotteri in cima a una montagna).

Ma, al di là del tema anti-imperialista portato avanti in The Last Movie, sottolineato in vari modi come quando – ad esempio – la ragazza peruviana di Kansas lo spinge a regalarle una pelliccia, è proprio la riflessione sul mezzo-cinema a colpire ancora più nel segno, tanto da apparire davvero destabilizzante.
Il metacinema di Hopper è infatti talmente radicale – anche se non sempre centrato, ma è inevitabile in un film così slabbrato – da sopravanzare nettamente non solo il commovente sentimentalismo cinefilo di Effetto notte, ma anche il surplace del cinema bloccato/braccato/interrotto di Lo stato delle cose e di Attenzione alla puttana santa. Qui Hopper, costruendo il suo discorso decostruzionista a partire dal western, trova una modalità di smascheramento che non poteva essere concepita dai suoi colleghi europei, quella della centralità della scena d’azione, del gesto atletico, ripetuto all’infinito e sempre più grottesco, inutile, maldestro, insensato. Ciò che è centrale in The Last Movie è infatti la meccanica della caduta, quella da cavallo o quella da un parapetto, in cui i personaggi – sul set di Fuller prima, ma anche su quello finto dei peruviani poi – vengono compulsivamente feriti a morte nel corso di infinite sparatorie. La cinetica del cinema – forma archetipica della Settima Arte, a partire dagli esperimenti di Muybridge – viene così messa in ridicolo e destrutturata, tanto da apparire vacuo agitarsi fine a se stesso, posticcio rantolamento in cui si fa il verso alla morte con la tipica avventatezza di chi – facendo cinema – pensa di potersi dire immortale. Ma la morte arriva sempre, ci ricorda Hopper, e ce lo ricorda non solo tematizzando la dipartita di un collega stuntman di Kansas, ma anche rievocando in uno scambio di battute, presentato sotto forma di mantra, la tragica scomparsa di James Dean («like Dean did, like Dean did»). E quello nei confronti di Dean era un omaggio e un memento inevitabile per Hopper che era amico dell’icona cinematografica per eccellenza degli anni Cinquanta – inconsapevole fratello maggiore della New Hollywood -, come pure per lo sceneggiatore di The Last Movie, Stewart Stern, che aveva scritto anche Gioventù bruciata, dove tra l’altro recitava lo stesso Hopper.

Un film come The Last Movie ha dunque la capacità – e il limite, quantomeno per i produttori hollywoodiani – di comunicare direttamente non all’esterno, quanto all’interno dello spazio- cinema: prima di lui Godard e in particolare il suo Pierrot le fou, dopo di lui La última película di Raya Martin e Mark Peranson (2009), sorta di remake-omaggio del film di Hopper. Perché, forse, in fin dei conti, solo concependo degli ultimi film si fa la storia del cinema. E si vince la morte.

Recensione: quinlan.it

 

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