//TOKYO FIST [SubITA]

TOKYO FIST [SubITA]

 

Titolo originale: Tokyo-Ken
Nazionalità: Giappone
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 87 min.
Regia:

 

“In Giappone non esiste violenza nella vita quotidiana. I film americani sono violenti e realistici perché in America un ragazzino può benissimo prendere una pistola, andare a scuola e sparare ai compagni. Questo non accade in Giappone dove la violenza è sistematicamente rimossa.Gli impiegati giapponesi si alzano alla mattina, salgono su un treno affollatissimo, viaggiano schiacciati uno all’altro. Vanno in ufficio e si inchinano al capo per otto, dieci ore. Poi tornano a casa e si inchinano alla moglie. Ora dopo ora, accumulano un’incredibile quantità di rabbia, eppure la loro violenza è sempre trattenuta. Solo il dolore ci rende coscienti di avere un ” (, 1995)

L’ ha perso, è uscito sconfitto dallo scontro con la . Non gli resta che rassegnarsi alla propria condanna di apatia, da scontare in gabbie di cemento alte quanto il , tra scrivanie di compensato usate per assegnare a ciascuno il suo posto, e strade, metropolitane, corridoi e scale mobili che dovrebbero poterlo condurre ovunque, ma che invece lo riportano sempre allo stesso punto.

Tsuda è solo uno dei tanti perdenti: ogni giorno lo stesso ufficio, lo stesso rientro a casa, lo stesso divano, la stessa televisione, la stessa fidanzata (la bella e pacata Hizuri) e il suo “Come va?”, “Tutto ok, sono solo un po’ stanco”.

Fino alla fatidica domanda: “Da quant’è che non facciamo l’amore?”

Risposta: “Perché?”

Tutto cambia quando arriva Kojima: compagno di Tsuda ai tempi del liceo, oggi pugile professionista, che, con i suoi muscoli duri e nervosi e la sua faccia da demone, sembra l’incarnazione di tutto ciò che Tsuda ha smesso di essere, di quella parte violenta e animalesca che la quotidianità metropolitana è riuscita a sedare. Invaghitosi di Hizuri, il pugile si inserirà a forza tra gli automatismi della coppia, sovvertendone gli equilibri.

In “Tokyo Fist” (’95, primo lungometraggio di Tsukamoto dopo i due “Tetsuo”), la violenza è, anzitutto, presa di coscienza del proprio stato di apatia, del proprio inquadramento in “ruoli sociali” che ci si è arresi a recitare: il pugno che spezza naso e zigomi, che fa sgorgare il sangue come un fiume in piena è anche un colpo assestato a quella diga fatta di freni inibitori, convenzioni e “normalità” su cui Tsuda e Hizuri hanno fondato la propria vita e il proprio rapporto. Tale presa di coscienza, tuttavia, sembra quasi non potersi limitare alla sfera mentale dei personaggi, ma dover coinvolgere anche il loro , inteso come materia da modellare per rendere tangibile e visibile il proprio mutato approccio all’esistenza. Come se da quel risveglio, da quel rinnovato “bisogno di sentirsi vivi”, derivasse l’urgenza di intervenire sul proprio fisico, per modificarlo e farlo evolvere, fino a renderlo fedele rappresentazione della propria anima ritrovata.

Guarda anche  TETSUO: THE BULLET MAN [SubITA]

Tsuda, umiliato e abbandonato, convoglia la propria paranoica sete di riscatto in estenuanti allenamenti di boxe, per rendere il proprio strumento con cui realizzare i propri desideri omicidi. Hizuri, da moglie sottomessa, si ritrova preda di pulsioni nuove e morbose, cui da sfogo mortificando la propria carne ancora più in profondità, quasi “tetsuoianamente”, sottoponendosi ad amplessi ballardiani di piercing sempre più invasivi. Ma è addirittura lo stesso Kojima che, da mero catalizzatore della reazione che ha condotto al i due protagonisti, diviene vittima della loro mutazione: ne rimane sconvolto e ammaliato, affascinato e intimorito, e, a sua volta, prende coscienza di essere sempre stato vittima delle proprie paure, di non essere mai riuscito del tutto a liberarsi dei propri incubi, di non essere mai stato completamente se stesso.

Tsuda, Hizuri e Kojima finiscono così per essere tre minuscoli bruchi metropolitani che hanno sempre vissuto nell’attesa di un “qualcosa” (un giuramento del che non si è avuto la forza di rispettare, un amante forte e rude, diverso dal proprio fidanzato, il rischio di morire sul ring), che giungesse a rompere quel bozzolo di immobilismo e apatia che lentamente ha ricoperto le loro esistenze. Ecco allora che il sangue che scorre sui loro visi, gli ematomi che ne deformano i lineamenti, gli occhi gonfi e tumefatti paiono quasi essere gli stadi di un processo di e mutazione che li renderà finalmente liberi e consapevoli. Solo allora le maschere che hanno fino ad oggi indossato potranno lasciare posto ai volti di quei demoni che loro stessi, nell’intimo, sono sempre stati.

Recensione: debaser.it

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