//UNDER ELECTRIC CLOUDS [SubITA]

UNDER ELECTRIC CLOUDS [SubITA]

 

Titolo originale: Pod elektricheskimi oblakami
Nazionalità: Russia
Anno: 2015
Genere: Drammatico, Fantascienza
Durata: 138 min.
Regia: 

 

Presentato alla Berlinale l’ultimo film di Aleksey German Jr., Under Electric Clouds, opera di estrema complessità visiva, contemplativa e meditativa che si pone, in un futuro immediatamente prossimo, a raccogliere le ceneri di un’utopia storica e di quello che avrebbe dovuto risolverla.

Le ceneri del tempo
Un bizzarro argine di nebbia e neve. Manufatti di acciaio e cemento sono sparsi tutt’attorno. Lo scheletro di un grattacielo. Cavalcavia mai finiti in un paesaggio piatto. La gigantesca figura di un cavallo di metallo. E una statua di Lenin le cui braccia tese sono rivolte verso il nulla. Una fredda, fossilizzata ‘no man’s land’ dove il passato incontra un immaginario futuro. La gente è allo sbando, senza meta, in questo mondo surreale. Le vecchie certezze non contano più, amici e parenti sono scomparsi, gli ideali sono stati soffiati via dal vento. Ritornando a casa dall’estero, Sasha – il cui padre morto era proprietario di questo sito in costruzione – ora deve occuparsi della sua eredità: un lavoratore kirghiso che sta cercando i suoi colleghi; un architetto dalla carnagione rossiccia in fronte; una guida turistica che stava accanto a Eltsin sulle barricate durante il colpo di stato del 1991. Alcuni di loro hanno delle inspiegabili perdite di sangue dal naso. Un giovane studente chiede: “Noi chi siamo? Chi sono io? Tutto è nel ”. In sette episodi il regista condensa lo stato spirituale del suo paese.

Under Electric Clouds si apre con una citazione da Cezanne, relativa al colore e al bianco e nero. Una citazione programmatica, un’enunciazione su dove si muoverà il film. Il tentativo di German figlio è quello dichiarato di costruire un impressionismo cinematografico, dai colori artificiali piatti e monocordi, un colore che funziona come il bianco e nero. Se gli impressionisti volevano creare una pittura non oggettiva, distinguendosi così dalla fotografia appena inventata, German costruisce un cinema con una tavolozza di pochi colori, sganciandosi da ogni forma residua di naturalismo.

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Alle ninfee e ai soli che sorgono però il regista sostituisce un paesaggio nevoso e nebbioso dove si stagliano manufatti artificiali, di grandi scheletri, di statue di cavalli e di Lenin, oltreché ombrelloni da spiaggia. Sono le macerie della storia, la disgregazione di una civiltà e le promesse incompiute di un’altra che avrebbe dovuto sostituirla. In questo spazio, in questa scenografia si muove un teatrino dell’assurdo, fatto di personaggi che escono ed entrano lateralmente dall’inquadratura e dalla scena, come nei testi teatrali di Čekhov. Un’umanità alla deriva, una città dove regna la burocrazia, dove i sentimenti umani sono delle reazioni chimiche. Il film funziona come un elenco, nutrito, che viene snocciolato di citazioni di scrittori e artisti, da quel filosofo che rivaluta Hitler e Stalin a una serie di autori di fantascienza, come Roger Zelazny. La fantascienza appare come un’ulteriore coordinata in cui si muove German. Under Electric Clouds è ambientato in un futuro prossimo, il 2017, anno gravido di significato in quanto centenario della Rivoluzione d’Ottobre. E’ una fantascienza solo di nome, legata alla collocazione temporale, una fantascienza che non si vede. E soprattutto, in Under Electric Clouds c’è un’ambientazione futura che è funzionale a parlare del passato. A scandagliare cento anni di storia di quello che è stato un grande paese, costruito anche con l’assimilazione forzata di etnie molto diverse, come appunto quella dei Kirgisi. In ciò è evidente una somiglianza stretta con È difficile essere un Dio, l’ultima opera del padre Aleksey German, alla cui anche German Jr. stesso aveva messo mano. Alcune battute di Under Electric Clouds, come per esempio “In venti anni è diventato un Dio”, sembrano quasi porre una risonanza tra le due opere, cercare un dialogo tra i due film. E se German Jr. fa incontrare in questo suo lavoro, Anghelopulos, Tarkovsky e Fellini, non c’è dubbio che il suo cinéma de papa, in senso letterale, rappresenti la fonte prima d’ispirazione.

Recensione: quinlan.it

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