//COME AND SEE [SubITA]

COME AND SEE [SubITA]

 

Titolo originale: Idi i smotri
Paese di produzione: Russia
Anno: 1985
Durata: 145 min.
Genere: Drammatico, Grottesco, Guerra
Regia:

 

Un giovane e fanatico ufficiale delle SS, in una delle sequenze conclusive della pellicola, risponde ai minacciosi partigiani russi che lo stanno interrogando di aver voluto uccidere soprattutto i bambini. Sono i bambini, infatti, tutt’altro che innocenti nella sua visione, il seme del male propagato dalle razze inferiori e il male va estirpato alla radice.

Racconto di formazione e freddo documentario, “Va’ e Vedi” incornicia in verosimili episodio di microstoria le ripercussioni del secondo conflitto mondiale e del conflitto in senso lato, sul territorio dove esso imperversa a sui suoi abitanti.

Attraverso gli occhi di un adolescente vedremo scorrere sullo schermo una credibile ricostruzione dei desolati paesi della Bielorussia del 1943, sconvolti dalle operazioni di guerriglia partigiana e dalle spietate repressioni dei nuclei anti-resistenza, gruppi misti formati da membri delle SS e del ROA (Esercito Russo di Liberazione). Arruolatosi nella resistenza locale, il giovane Florya si ritroverà isolato nel bel mezzo della rappresaglia tedesca. Imberbe e inesperto ragazzino, impugnato un fucile si ritroverà catapultato, insieme allo spettatore, in un mondo ostile e inquietante, splendido e mostruoso al tempo stesso, devastato da una guerra che, nella prima parte del film, non si manifesta quasi mai direttamente e appare soltanto riflessa nella natura, splendida, devastata dalle esplosioni e negli occhi terrorizzati dei vecchi e attoniti contadini.

C’è una fortissima sensazione di smarrimento e di inquietudine, ottenuta tramite l’uso sistematico che Klimov fa di spiazzanti primi piani e lunghe sequenze in steadicam. Più volte il regista utilizza parla attraverso simboli affascinanti e terribili: i rumori e gli animali di un bosco impenetrabile, quasi fiabesco, dove la morte appare più volte sotto forma di uno sciame di mosche ronzanti su una tavola imbandita e abbandonata o di una fila di bambole nude abbandonate a terra. Intanto, il sonoro squassa lo spettatore: una cacofonia accuratamente ricercata, un cozzare di rumori ambientali e di eco musicali, riproduce la semisordità di Florya e il suo stordimento, mentre nuota nel fango e si addentra nell’abisso.

All’inizio del film, Florya ha scavato nella sabbia e ha trovato un fucile. Continuando il suo viaggio di formazione e di crescita, continua a scavare nell’impenetrabile e invisibile orrore che come una nebbia ammanta la sua esistenza, fino a poco prima semplice e pacifica, mentre noi lo seguiamo, tenendolo per mano, fino all’apice del suo viaggio, quando la guerra e la morte finalmente si manifestano ai suoi occhi nella sequenza culminante dell’intera opera: la rappresaglia si abbatte sul paese dove Florya aveva trovato un rifugio, e in un baccanale di alcool, stupri e mitragliatrici, senza alcuna spiegazione, lo spazza via, mentre l’intera popolazione viene stipata e arsa viva in un granaio.

Klimov tocca i sentimenti e gli istinti più profondi, li torce e li getta via senza alcuna pietà.

L’orrore della guerra, il caos e la mancanza di una logica comprensibile; la bestialità della quale gli uomini hanno dato prova attraverso i secoli, in qualunque conflitto, vengono resi palpabili e restano indelebili. Le immagini e i suoni continuano a rimbalzare nella testa dello spettatore, come un incubo che non si riesce a dimenticare: mancano sequenze di spettacolare e coreografica violenza, i dialoghi grondanti retorica e il sentimentalismo tipico di un certo , principalmente Hollywoodiano. Alla fine dell’epopea non c’è nessuna spiegazione e nessun finale rassicurante. Accompagnata dalle meste note del Lacrimosa di Mozart, la marcia verso l’interno del bosco, verso nuovi orrori, continua. L’infanzia è finita e non tornerà mai più, l’Eden è stato perduto e l’innocenza deturpata, violentata.

Florya ha perso la sua casa, la sua famiglia, la sua innocenza. E’ andato e ha visto l’Orrore. Il suo volto è quello di un adolescente vecchio, ricoperto di rughe, dimentico di spazio e tempo. Disperato, scarica impotente il suo fucile su un ritratto di Adolf Hitler, mentre scorrono all’indietro alcune immagini di cinedocumentari: scorrono fino all’Aprile del 1889 e si fermano su un’istantanea che ritrae il dittatore bambino, in braccio alla madre.

L’inquietante interrogativo finale si riallaccia alla logica dell’ufficiale delle SS: si potrebbe davvero uccidere una creatura ancora innocente in quanto futura artefice della distruzione della propria esistenza?

Recensione: debaser.it

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