//WELCOME TO THE DOLLHOUSE [SubITA]

WELCOME TO THE DOLLHOUSE [SubITA]

 

Titolo originale: Welcome to the Dollhouse
Nazionalità: USA
Anno: 1995
Genere: Drammatico
Durata: 88 min.
Regia:

 

Dawn frequenta la prima media: ignorata (nel migliore dei casi) da compagni e familiari, troverà un amico insospettabile.

Benvenuti nella casa di bambola di una bambina sull’orlo dell’adolescenza, un brutto anatroccolo destinato a non diventare cigno (il dialogo finale con il fratello, quasi tenero nella sua desolazione) e condannato a vivere in un mondo di mummie ottuse (la galleria di parenti e insegnanti) e cupi fantocci (la sorellina in tutù, capace di ricavare appagamento narcisistico persino da un rapimento). Dawn si muove come un alieno (la panoramica che alla sua prima apparizione la isola all’interno della mensa) in una scuola oscura e recintata come un campo di concentramento: insultata (il suo armadietto ricoperto di graffiti ingiuriosi spicca implacabile nella sequela di candidi esemplari identici) e sottoposta ad angherie di ogni sorta (i polizieschi ammonimenti del preside si sovrappongono alle becere minacce dei compagni), scopre l’amicizia e l’affetto del suo instancabile persecutore (il teppista Brandon, con cui ha un rapporto caratterizzato da violenta tenerezza e muta comprensione reciproca) ma la serenità è atrocemente effimera. In questo film (premiato al Sundance nel 1996) Solondz mostra la scabra lucidità e la tetra acutezza caratteristiche del successivo, immenso Happiness (sulle due prove più recenti, causa l’ineffabile distribuzione italiana, non ci è possibile soffermarci). L’impassibilità con cui la macchina da presa zooma su ambienti e figure, portandone alla luce mille dettagli rivelatori (uno su e per tutti: la bibita rovesciata che forma una macchia di sangue), lungi dall’essere indice di vacua freddezza, permette al regista di sondare l’educazione sentimentale e sessuale di Dawn con secca efficacia, senza cadere nella retorica dell’angelo perseguitato dal fato avverso e dalla malvagità altrui. Il panorama middle class (traguardi supremi: un buon college, sesso prematrimoniale con il consenso dei genitori e, per gli alternativi, un futuro da rockstar o vedette televisiva) è chiaramente soffocante, ma Dawn non è aprioristicamente migliore della fauna che la circonda: aderisce sia pur stancamente ai suoi editti (la lettura del tema in classe) e ne idealizza le maschere (l’infatuazione per Steve – il ragazzo divora brutalmente uno spuntino e Dawn lo fissa adorante, cullata da una melodia interiore), imitando gesti e parole nel tentativo di capire come funziona quell’incubo che chiamano vita, trovando finalmente se stessa nel rifiuto delle ghignanti prevaricazioni materne, nelle pulsioni di morte verso la sorella (riscattate dall’evasione notturna e dall’irresistibile salvataggio onirico), nella (definitiva?) fuga dal mondo, voce tremante e solitaria in un coro ammutolito. Un piccolo film che cresce a ogni visione.

Guarda anche  STORYTELLING [SubITA]

Recensione: spietati.it

 

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