//WHISPERING PAGES [SubITA]

WHISPERING PAGES [SubITA]

 

Titolo originale: Tikhiye stranitsy
Nazionalità: Russia
Anno: 1994
Genere: Drammatico
Durata: 77 min.
Regia:

 

Whispering Pages [Pagine sommesse] non è soltanto, anzi non è per nulla, la trasposizione cinematografica di un testo letterario. È piuttosto l’incontro di uno dei più alti cineasti viventi: , con uno dei più grandi romanzi russi dell’Ottocento: Delitto e Castigo. Il risultato è una contaminazione, un innesto di Dostoevskij in Sokurov e al contempo di Sokurov in Dostoevskij. L’incontro avviene da entrambe le parti, è fatto di scambi, di influenze, di copiature non a senso unico, ma bilaterali.
Non possiamo infatti dire che il soggetto che vediamo non sia dostoevskiano, ma il film è essenzialmente una pellicola di Sokurov, con tutte le caratteristiche e le atmosfere che caratterizzano i lavori del regista russo. In essa però percepiamo, e dunque assorbiamo, alcune tematiche proprie di Delitto e Castigo.

Tuttavia se non avessimo precedentemente letto le vicende di Raskolnikov lì dove sono nate, ovvero sulla carta, la comprensione del film risulterebbe assai criptica. Questo perché, come già detto, Whispering Pages non è una traspozione cinematografica, ma il frutto di una rilettura, di una fusione fatta di vicendevoli influenze. Sokurov dunque rinuncia a tutti quei mezzi, quelle caratteristiche proprie della letteratura, a favore di una più ricca utilizzazione del mezzo cinematografico, che parla principalmente per immagini in movimento.

La trama, non strettamente necessaria al Cinema, è il primo elemento che cade sotto la scure sokuroviana: le vicende non vengono rappresentate con la corposità e la linearità proprie del testo letterario. Ciò che è rappresentato è l’ultima parte del romanzo, ma spogliata di ogni sua organicità. Lo spettatore si ritrova davanti ad una situazione, ma non conosce il modo in cui essa è venuta a crearsi. La scena dell’uccisione della vecchia e della sua premeditazione viene tagliata, non conosciamo neppure gli intenti superomistici che hanno agito da propulsore all’atto omicida di Raskolnikov. Vengono cancellati gli intrecci secondari: Marmeladov viene solamente nominato, la viscida ombrosità di Svidrigailov non appare neppure.
Dunque la pellicola taglia la parte sul “delitto” e tutte le sfaccettature secondarie, per occuparsi essenzialmente del “castigo” e se ne occupa tramite una più emotiva e intimista visione del tormento, data da un’assenza di organicità, da dialoghi molto sporadici ed essenziali, ma anche da un’appropriazione più che mai maestrale del mezzo cinematografico.

Quasi che l’omicidio non sia più quello letterario e umano, ma quello, in un livello più metaforico, verso la conoscenza data soltanto da connessioni logiche e da dialoghi collegati scientificamente tra loro, Sokurov-Raskolnikov annienta la razionalità logico-linguistica, che era stata di Dostoevskij, in favore di un uso della fotografia (qui in un’indefinita tinta seppia, con qualche accenno di colore, ma che sfocia a volte nel solido bianco e nero), di un movimento di macchina, di un uso delle immagini e di un efficacissimo montaggio sonoro, che bastano da soli all’intento comunicativo del film.
La cinepresa di Sokurov racconta, senza il bisogno di una stabile impalcatura, il sentimento del tormento psicologico dato dal delitto (a cui, ripeto, noi non assistiamo!). Lo fa tramite l’utilizzo di altri mezzi non letterari: lo fa tramite lunghe inquadrature fatte di gesti e di colori anziché di parole, lo fa incorniciando tutta l’opera in uno scenario grottesco e sporco, ritraendo gli ambienti e i costumi della bassa russa ottocentesca. Soffocando lo spettatore in un costante pulviscolo freddo e in una costante nebbia che avvolge le vicende.
Il regista comunica con noi utilizzando un più intimo. Comunica per immagini ed emozioni, ci dice che il sentimento di tormentata pena che domina la storia dostoevskiana può essere compreso e assorbito anche senza conoscere la storia stessa. Piuttosto che farci comprendere la vicenda, preferisce farci comprendere le emozioni che la dominano. E ci riesce. Gli strazi dei protagonisti diventano i nostri e ancora una volta il pubblico si fonde con i protagonisti della pellicola.
La pena che smuove Raskolnikov è insita in tutti noi ed è causata da diversi fattori, di cui l’omicidio è solo un simbolo, una metafora.

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Il grigiore che abita gli uomini è dato dai grigiori della oppressa, dalla mancanza di Dio che domina il romanzo e il film. Un Dio assente che non aiuta i più deboli: “Voi siete troppo povera e troppo insignificante per Dio”, sussurra il protagonista a Sonia in una scena del film. Il protagonista è un uomo, come tutti noi, angosciato per la mancanza di una fede, di una figura materna che viene ricercata di continuo (bellissima la sequenza finale!) ma che non viene mai trovata.

È allora il sentimento di solitudine dell’uomo che domina. Un uomo solo e abbandonato dalla provvidenza, che non si manifesta mai qui, se non di riflesso agli occhi stralunati che Sonia oppone alle confessioni del protagonista.
La solitudine è in effetti il sentimento che più ci abbraccia e questo succede soprattutto (qui risiede parte della genialità della pellicola) in sequenze che ritraggono grandi folle, imponenti brusii di chiacchiericcio e giochi comunitari. Sequenze nelle quali però il protagonista è messo in disparte in un piccolo angolo dell’inquadratura. La solitudine viene vista specialmente nel suo opposto: la folla, alla quale il protagonista fugge muto, alla quale non appartiene.
È così che si sente il protagonista, è così che ci sentiamo noi, stretti nella morsa degli eventi, e alla continua ricerca di un’affettività cancellata dal peccato.

Recensione: filmtv.it

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