//WORKINGMAN’S DEATH [SubITA]

WORKINGMAN’S DEATH [SubITA]

 

Titolo originale: Workingman’s Death
Paese di produzione: Austria, Germania
Anno: 2005
Durata: 122 min.
Genere: Documentario
Regia:

 

Una panoramica sul lavoro manuale nel mondo. In “Eroi” si vedono uomini e donne che passano la loro esistenza nelle miniere di carbone dell’Ucraina, dichiarate da anni illegali. “Fantasmi” si svolge tra i lavoratori delle miniere indonesiane a cielo aperto di zolfo. “Leoni” racconta il lavoro in un mattatoio nigeriano; “Fratelli” è incentrato su operai che disarmano le navi in disuso con la fiamma ossidrica in Pakistan. In “Futuro” ci spostiamo in Cina con il lavoro negli altiforni. Infine si va in Germania dove una fonderia è stata trasformata in un’attrazione turistica.

Una frase di William Faulkner ricorda che è la necessità di lavorare otto ore al giorno a rendere infelici gli uomini. Scorrono immagini di repertorio da cinegiornali sovietici, mentre una colonna sonora tutta percussioni scandisce il ritmo. Si apre così Workingman’s Death, il bellissimo film documentario del regista austriaco , già autore di Megacities: un’indagine in cinque parti sul lavoro manuale nel XXI secolo. La macchina da presa si addentra nelle miniere di carbone dell’Ucraina, segue i minatori di zolfo indonesiani, filma il caos di un mattatoio nigeriano, la fatica degli shipbreakers, i demolitori di nave in Pakistan, registra le speranze degli operai di un’acciaieria di Anshan, in Cina. Eroi, fantasmi, leoni, fratelli, futuro…Uomini che cercano di guadagnarsi il minimo per sopravvivere a rischio della propria vita, in situazioni di sicurezza e igiene a dir poco precarie: la fatica, il sudore, la paura, ma anche un’estrema dignità, la consapevolezza di dover lottare per avere un posto nel mondo. Glawogger registra tutto questo con una lucidità impressionante, il suo occhio non nasconde nulla della miseria e precarietà delle situazioni che incontra, non arretra di fronte alle immagini più cruente (al limite del disgusto quelle del mattatoio di Port Hancourt), eppure mantiene sempre uno stile alto, elegante, con carrellate e panoramiche ampie, scene di grande suggestione, inaspettati squarci lirici. Non c’è retorica o volontà di denuncia, il commento è praticamente inesistente, il senso del film emerge dalla forza delle immagini e dal montaggio, dai volti e dalle parole delle tante persone incontrate lungo il cammino, che vengono a riempire quasi un ideale album fotografico. E, aldilà dell’indignazione e della pietà, chi guarda non può fare a meno di ammirare la tenacia e la speranza di migliaia di umili persone, quegli “ultimi” che ancora oggi costituiscono il pilastro su cui poggiano il presente ed il futuro, anonimi eroi da paragonare ai monumenti che celebrano la dignità del lavoro. L’epilogo, con tutti quei ragazzi che si aggirano in un’acciaieria tedesca, ormai dismessa e trasformata in parco naturalistico, è la speranza di un futuro migliore, in cui gli uomini finalmente riescano (parafrasando Marx) a realizzare la propria essenza nelle loro opere.

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