ZERO DARK THIRTY [SubITA]

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Una risposta

  1. mdc ha detto:

    E oscillo appeso alla corda. La brezza mi solleva il grembiule e gioca col mio corpo nudo. Sono rilassato, galleggio, vestito da donna. [J.M Coetzee, Aspettando i barbari, 1980, – 30 anni prima di Abu Ghraib]

    C’è qualcosa che mi disturba in ZDT, senza per questo fare mie le tesi di chi accusa la Bigelow di fascismo, – accuse che lasciano il tempo che trovano, – o di chi [tra i critici] parla ora di film ‘realista’, addirittura ascrivendo la regista al ‘realismo’ di Friedkin, tesi che non condivido, non riuscendo a cogliere il parallelo, – o di chi parla di ‘iperrealismo’, segno che anche tra gli addetti ai lavori i punti di vista sono discordanti. Sono convinto che il cinema deve porre domande e non dare risposte, ma c’è un limite invalicabile quando la materia oggetto dell’opera, sebbene siano passati 18 anni, è ancora bruciante e la violenza nei territori in cui si voleva ‘esportare la democrazia’ lo è ancora di più. La violenza, le torture dei prigionieri: qui la Bigelow, nonostante tutti ripetano che mai sia stato rappresentato l’irrappresentabile, a me sembra che abbia agito sottraendo, con un patetismo insopportabile [il torturatore, in fondo un ‘good guy’], i singoli alle proprie responsabilità di carnefici. Senza dire che ce ne passa tra la rappresentazione delle torture e le immagini di Abu Ghraib che tutti abbiamo avuto modo di guardare [distogliendo gli occhi] sui media. Esagerando, Žižek dice che la Bigelow è incappata nella ‘sindrome di Himmler’, ‘ho fatto solo il mio dovere di registrare i fatti’. Allora, parafrasando T.W. Adorno, è proprio vero che “dopo Abu Ghraib non ci sarà più poesia’. E’ vero che la scelta di far vedere uomini incappucciati al guinzaglio come cani, sottoposti a tortura [ripeto: per Bigelow i torturatori sono ragazzi sensibili!] è parziale; si dimentica ciò che realmente [quale ‘realismo’, allora?] avvenne a Abu Ghraib: uomini vestiti da donna, oppure uomini nudi su sgabelli basculanti, soggetti alle voglie pornografiche di ‘sensibili’ virago, trascinati per il collo da catene lunghissime, sottoposti a derisione, ‘scherzosamente’ stuzzicati nelle parti genitali e via pervertendo. Ecco una testimonianza su ciò che la Bigelow ha taciuto: di fronte ad essa la osannata imperturbabilità della regista diventa ‘collaborazionismo’

    No, non è fascismo, è ‘patriottismo’. Maya è Kathryn Bigelow, per ammissione dello stesso Di Michele, “una personalità borderline all’acme della paranoia, senza variazioni di registro. In altri termini, Maya è un personaggio il cui essere coincide totalmente con la propria funzione: come quel personaggio kafkiano che afferma di sé ‘sono un bastonatore, dunque bastono’ (Gerolamo Di Michele)”.

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